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Il caso

La disperazione di Cutrò:
"Lo Stato mi ha abbandonato”


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Il testimone di giustizia: "La mia azienda in crisi. Gli aiuti promessi non sono mai arrivati".

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PALERMO - “La mafia non è riuscita a uccidermi, non vorrei ci riuscisse lo Stato”. L'amarezza di Ignazio Cutrò è tutta in queste parole. “Sono pronto a proteste clamorose, non posso più andare avanti”. L'imprenditore e testimone di giustizia di Bivona, per anni sottoposto al racket, nel 2006 decise di diventare un testimone di giustizia, denunciando i suoi estorsori. Grazie alle sue testimonianze venne avviata l'operazione "Face off" che portò all'arresto e alle condanne per gli stessi estortori. Ma da quel momento, e a causa di quella collaborazione, inizia a entrare in crisi la sua impresa edile. “Rifarei tutto da capo e allo stesso modo – racconta Cutrò – ma adesso non so più come fare”. E il riferimento è al peso di alcuni pagamenti che Cutrò dovrebbe onorare entro la fine del mese. Elencati persino in un accorato sfogo su Facebook. “E' uno schifo totale - scrive - solo parole e passerelle antimafia si fanno sulle vittime di mafia, sicuramente i miei figli non pagheranno i danni che la mia azienda ha subito per le mie denunce”. E Cutrò elenca una serie di ritardi e inefficenze che lo avrebbero privato dei mezzi assicurati dallo Stato. “La cosa certa – prosegue - è che lo stesso stato e le banche in questi giorni hanno ribussato alla mia porta: 301 mila euro, 87 mila euro e 120 mila euro”. Quindi, la amara conclusione, rivolta ai mafiosi: “Con me non avete vinto, ma la burocrazia dello Stato è peggio della mafia!”.

Arrivato al limite, si dice Cutrò. Pronto a gesti eclatanti (“Non mi resta che darmi fuoco”, dice). Lui, a differenza degli altri testimoni di giustizia, ha deciso di rimanere nel paese d'origine, a Bivona, nell'Agrigentino. “Quando sono disperato – racconta – mi dedico al mio hobby”. E mostra un intero villaggio medievale intagliato nella radica di noce. “Ma non posso andare avanti così”, ripete. Nonostante l'anno scorso sia giunta l'assunzione alla Regione. “Un fatto che certamente mi ha fatto felice – spiega – ma vorrei sgombrare i dubbi: il mio stipendio è di poco superiore ai mille euro”. Un passo avanti notevole, comunque, spiega Cutrò, rispetto a qualche mese fa, quando “ho provato cosa significhi davvero la povertà: mi hanno tagliato la luce, non potevo fare la spesa, ero costretto, in pratica, all'elemosina tra amici e parenti”.

Ma adesso incombe quella “mazzata”: mezzo milione da restituire a banche e Serit. “E come faccio?” insiste Cutrò. E insieme all'impotenza, la rabbia. Per quello che poteva essere fatto e che, secondo Cutrò, non è stato fatto. “Quando decisi di entrare nel programma di protezione – racconta – il ministero dell'Interno mandò un perito per verificare i danni causati alla mia azienda dalla mafia. Mi risulta che la perizia fosse pronta già nel giugno del 2011 e che sia stata spedita alla Commissione centrale, al Viminale”. Una perizia che, secondo il racconto di Cutrò, “dimostrava con chiarezza che la mia azienda era sanissima prima delle mie denunce. Insomma, quell'azienda non sarebbe mai stata chiusa per 'cause naturali', per la crisi ad esempio”. E così, dopo la perizia, ecco saltare fuori anche gli strumenti di sostegno a Cutrò: “Il perito del Ministero mette nero su bianco che il sottoscritto andava aiutato con un mutuo da 300 mila euro, di durata decennale, senza interessi”. Uno strumento utile a “ripagare” l'aiuto allo Stato nella lotta contro gli estortori. Ma quel mutuo non arriverà mai. “Arrivano però – dice – le richieste della banca e della Serit. In tutto oltre 500 mila euro. Avevo chiesto almeno una sospensiva dei pagamenti. Non mi è stata concessa nemmeno quella. Adesso come faccio?”.

Insomma, Cutrò chiede di riesumare quella perizia, prima che sia troppo tardi: “Chiedo solo che si faccia luce: se sto raccontando frottole, lo dicano apertamente. Altimenti, mi aiutino. Non so più che fare”. La disperazione è persino nella voce di Cutrò: “Rifarei tutto quello che ho fatto, ma non vorrei passasse un messaggio devastante: che denunciare i propri estortori, alla fine, non serva a nulla, anzi crei solo nuovi problemi. La mafia – conclude Cutrò – non mi ha ucciso. Spero non lo faccia lo Stato”.