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PALERMO

I ras nigeriani di Palermo
Il braccio armato della mafia


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Persino il killer Di Giacomo li temeva. "Sono pericolosi". Alla fine si piegarono.

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PALERMO - Il boss in carcere li chiamava i turchi. Persino uno come Giovanni Di Giacomo, killer ergastolano del gruppo di fuoco di Pippo Calò, invitava il fratello Giuseppe, che sarebbe stato poi crivellato di colpi, a stare in guardia.

Quattro nigeriani sono sotto processo a Palermo. Gli vengono contestati i reati di tentato omicidio, estorsione e spaccio di droga. Tutti commessi con l'aggravante che viene contestata ai mafiosi. Mafiosa era, secondo l'accusa, l'organizzazione dei nigeriani che si muoveva nel popolare rione Ballarò. Mafiosa sì, ma “assoggettata” alla Cosa nostra palermitana. I boss africani avrebbero portato nel capoluogo siciliano le regole dell'organizzazione Black Axe, l'ascia nera, nata negli anni '70 in Nigeria. All'inizio era una sorta di confraternita religiosa, poi divenne una banda criminale con regole ferree, riti di affiliazione ed esplosioni di violenza.

Come quella di cui rimase vittima un uomo, nigeriano pure lui, massacrato nel 2014 per le strade di Ballarò a colpi di ascia e bottiglie di vetro perché si era ribellato al potere dei connazionali. Restò vivo per miracolo. I quattro imputati, di cui tre in carcere e uno a piede libero, sarebbero diventati i ras dello spaccio di droga tra le stradine della vecchia Palermo.

E i mafiosi? Il loro atteggiamento nei confronti dei turchi emerge dalle conversazioni dei fratelli Di Giacomo, intercettati dai carabinieri del Nucleo investigativo agli ordini del maggiore Dario Ferrara, citato come testimone dal pubblico ministero Gaspare Spedale. Giuseppe Di Giacomo prima di morire era diventato un pezzo grosso nel mandamento di Porta Nuova che ingloba anche la famiglia di Ballarò. A giudicare dalle conversazione potrebbero essere stati i palermitani a volere il pestaggio. “Fatelo con il buio”, consigliava Giovanni Di Giacomo, facendo forse riferimento alla punizione da infliggere al nigeriano che, come spiegava il fratello, faceva “sciarriare (litigare, ndr) i ragazzi... tutte le macchine bruciate... non se ne voleva andare”.

L'uomo pestato sangue non avrebbe ascoltato il diktat di farsi da parte. “Devono stare al loro posto... sono furbi, stai attento”, diceva l'ergastolano. E il fratello lo rassicurava: “A noi altri ce lo portano - facendo riferimento alle scorte di marijuana e hashish accumulate dagli africani capaci di monopolizzare il mercato -, vengono sotto casa e aspettano che io esco”.

Giuseppe Di Giacomo comandava, dunque, pure sui nigeriani. In aula il processo si celebra fra mille difficoltà. A cominciare da quelle linguistiche. Ed è su queste incomprensioni che annunciano battaglia i legali delle difese, gli avvocati Giuseppe La Barbera, Cinzia Pecoraro, Mariangela Spadafora e Ivana Rigoli. I riconoscimenti fotografici degli imputati da parte di alcuni connazionali sarebbero avvenuti in un clima di grande confusione. Così come poco chiare sarebbero le conversazioni intercettate.