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LE ACCUSE

Da autista di Falcone a boss
"Mi pento e vi dico chi comanda"


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Il pentito Pasquale Di Salvo

Ecco il primo verbale del neo collaboratore Pasquale Di Salvo.

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PALERMO - Ci sono voluti quasi trent'anni di malaffare per capire che era meglio stare alla larga da Cosa nostra. Trent'anni per rimpiangere quella divisa da poliziotto che ha infangato dopo averla indossata anche per fare da scorta a Giovanni Falcone.

Non è mai facile misurare dalle sole parole il reale pentimento di una persona. Pasquale Di Salvo, però, pentito di mafia lo è diventato davvero. Collabora con i magistrati di Palermo dallo scorso novembre. È a metà dicembre, però, che ufficializza ai pm di volersi “ravvedere completamente, come ero prima, prima ero una persona normale, civile, rispettata da tutti, avevo il mio bel lavoro… purtroppo ho avuto delle devianze, per la mia giovane età, per la mia inesperienza, per dire... che mi hanno portato a sbagliare e a condurre una vita non regolare che non rientrava nel mio modo di fare”.

Sincero o meno, un dato è certo: indossando la divisa era un uomo rispettabile e libero. Quando ha scelto Cosa nostra è finito in carcere. In cella per la verità c'era già stato alla fine degli anni Ottanta. Allora non faceva ancora parte della famiglia mafiosa. Se ne stava in disparte. Fino al giorno in cui prese l'iniziativa: “Gli dicevo io ma scusatemi, io sto dietro a voialtri e cose varie, però ho una famiglia... dice incominciamo con gli assegni, abbiamo incominciato a fare assegni a vuoto, a fare piccole truffe, a fare piccoli furti di bestiame, diciamo questa cosa diciamo è stato il primo impatto”.

Poi, il primo salto di qualità criminale: “Mi sono avvicinato ad una batteria di rapinatori dì Ficarazzi. Sono stato condannato. Dopo la fase delle rapine, nel 1990 fino al 1992 mi sono trasferito al Nord Italia”. Erano gli anni delle stragi di mafia. Gli anni in cui saltava in aria il magistrato che Di Salvo aveva scortato. Il sangue non servì a redimerlo: “Una volta ritornato a Palermo mi sono riavvicinato a Di Bella Gioacchino Antonino che successivamente è stato tratto in arresto”.

Sarebbe stato Di Bella “il mio canale a poter acquisire fiducia e tutto, perché tutti mi guardavano che ero un ex poliziotto e cose varie e allora stavano tutti sulle difensive”. E la fiducia arrivò, visto che l'anziano capomafia di Bagheria Pino Scaduto, di lui diceva: “Dignità ne ha trentatremila volte più di lui”, e cioè di qualcuno che a Di Salvo rimproverava il 'peccato originale' di avere indossato la divisa. Solo “che tutti mi davano promesse, promesse promesse, ma nessuno mi dava un... un posto di lavoro”. Infine, la svolta: “... vado all'appuntamento e trovo a Nicola Testa, si presentano, dice da questo momento tu fai parte della nostra famiglia”.

Gli incarichi si fecero più delicati, dal “discorso della spazzatura”, e cioè le commesse comunali per lo smaltimento dei rifiuti, al pizzo. Ed è ora che Di Salvo fa cenno ad una truffa “dentro l'autoparco, dove andavano a mettere i mezzi e dove andavano a scaricare anche la spazzatura... si mise d'accordo con i capisquadra e i rappresentanti responsabili che invece di segnare due scarrabili ne segnavano quattro, però due erano effettivi, due erano fantasma, di questi due fantasma una percentuale doveva andare ai ragazzi... ma è tutta una truffa là dentro ai danni del Comune di Bagheria”.

Di Salvo divenne anche uomo del pizzo. Fu lui a presentarsi nel cantiere di un imprenditore edile: “... gli avevamo chiesto 5000 euro per i lavori ... o 5 o 7 ... per i lavori che già lui aveva svolto precedentemente sia sulla zona della Caravella, sia sulla zona di via Città di Palermo e sia sulla zona di via Dante”. Infine, gli affari della droga. Il neo pentito conosce perché Carmelo D'Amico, per un periodo capo decina della famiglia di Bagheria, fu sostituto da Nicola Testa: “... per la brutta figura che ha fatto che ha preso un chilo di cocaina senza avvisare nessuno, e in più perché non si è presentato a chiarimenti a Palermo da determinate persone...”.