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Dal Foglio

Da Crocetta a Emiliano fino a Giletti
La casta che cavalca l'anticasta


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Dal Foglio. Quando i i pupari della revolucion sono proprio quelli che godono abbondantemente di agiatezze e privilegi.

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Se, per un capriccio del destino, vi troverete ad assistere a un comizio di Michele Emiliano, governatore della Puglia e candidato straripante alla segreteria del Pd, preparatevi ad applaudirlo almeno due volte. La prima volta quando, con l’impeto furente di un tribuno della plebe, comincerà a lapidare vitalizi e privilegi della classe politica, ovunque essa si annidi, da Montecitorio all’ultima assemblea regionale, dall’aula del Senato alla più sgangherata azienda dei trasporti. La seconda volta quando, con un’acrobazia degna di uno sfrontato teatro delle finzioni, vi inciterà ad alzare assieme a lui la bandiera rossa dell’anticasta. Sarà quello un momento esaltante: vi dirà che l’Italia ha urgente bisogno di affermare un principio di giustizia sociale e, per dimostrarvi che lui non è un uomo di chiacchiere e distintivo, scandirà una frase solenne, una di quelle che per anni porterete incise con lettere d’oro nella vostra memoria: “Sono per l’eliminazione totale degli stipendi dei politici. Li vorrei eliminare completamente. Nella Costituzione cubana è previsto”.

Il riferimento a Cuba e a tutto l’immaginario che quel paese lontano solleva, potrebbe indurvi a pensare che il governatore della Puglia abbia abbracciato la revoluciòn contro la casta perché spinto da una vita fatta di sacrifici e sofferenze, da un’esistenza in bilico tra l’indigenza e i diritti negati. Invece no. Perché Michele Emiliano è uno dei più appariscenti e acclamati rappresentanti della casta. E non di una casta qualunque, come quella che raccoglie i peones della politica. Ma della casta più casta che ci sia: quella dei magistrati. I cui privilegi non si ritrovano in nessun’altra categoria di impiegati, in nessun’altra corporazione, in nessun’altra professione. Tanto che Emiliano, nel momento in cui si è candidato a sindaco di Bari, si è guardato bene dal lasciarla. Certo, ha rinunciato allo stipendio, però senza mai rassegnare le dimissioni. E questo piccolo dettaglio oltre ad avergli consentito, dal 2004 ad oggi, di maturare anzianità e avanzamenti di carriera, gli garantisce soprattutto la possibilità di rientrare, in qualsiasi momento, nel ventre caldo e rassicurante dei palazzi di giustizia.

Il potere vero del resto è lì, tra i tribunali e le procure. I palazzi della politica possono anche ammaliare, ma un deputato passa e va, mentre il magistrato è per sempre, come i diamanti. E per avere un’idea di che pasta e di che casta è fatto il meraviglioso mondo delle toghe basta pensare alle guarentigie che teoricamente dovrebbero tenere la loro autonomia al riparo da ogni interferenza esterna. Un ambasciatore, un prefetto o un generale dell’esercito possono essere trasferiti da un momento all’altro, anche senza un giustificato motivo. Un magistrato no. Se non lo chiede lui, non c’è niente da fare: l’inamovibilità è una prerogativa che nemmeno il Csm potrà mai violare.

Poi c’è la responsabilità civile: non c’è professionista, dal medico al notaio o all’architetto, che non sia chiamato a pagare per i suoi errori. Il magistrato no. Può anche incapricciarsi di mandare un povero diavolo in galera, ma a pagare i danni – se mai sarà accertato un atto di palese ingiustizia – sarà lo stato, cioè Pantalone. E può succedere addirittura che un procuratore – stiamo solo facendo un esempio – si inventi una mastodontica inchiesta, dalle sicure risonanze mediatiche, pur di affrontare una campagna elettorale con i crismi dell’eroe. Chi mai si sognerà di punirlo o di presentargli il conto milionario di quel processo fondato sul nulla e messo in piedi solo per dare supporto alle sue ambizioni politiche? Nessuno.

Per carità, questo non significa che la vita dei magistrati sia tutta rose e fiori, o che ogni abuso sia consentito o tollerato. Da Giovanni Falcone a Paolo Borsellino, la storia dimostra quanto sangue sia stato versato nella difficile lotta alla malabestia della mafia e della corruzione. Ma i privilegi della casta restano lì, fermi e inviolabili. E se qualcuno prova a toccarli finisce, come nelle comiche, con le torte in faccia. Ricordate quando il governo si azzardò a prelevare dalle pensioni dei magistrati un piccolo contributo di solidarietà, un timido e impacciato tentativo di coinvolgere anche loro nella difficile opera di risanamento dei conti pubblici? La questione – che pure richiamava un principio di equità e di giustizia sociale – fu rimessa immediatamente nelle mani sagge della Corte costituzionale. Che, manco a dirlo, trasformò in carta straccia ogni pretesa del governo e restituì alle eccellenti pensioni la lucentezza dell’intangibilità. Facile a questo punto capire perché Michele Emiliano non rinuncerà mai ai vantaggi che la sua casta gli garantisce. Resta semmai da capire per quale motivo e con quale coraggio si sia iscritto anche lui al partito dell’anticasta.

Forse è prevalsa la ragion politica. Che è poi la legge, misera e perdente, di chi preferisce lisciare il pelo alla deriva populista nell’illusione di togliere voti a chi, come il Movimento cinque stelle, ha fatto del poveraccismo un manifesto programmatico. Oppure è la legge della legittima difesa. Quella che spinge i furbetti del quartierino a cavalcare l’anticasta al solo scopo di salvaguardare i privilegi della propria casta.

Illuminante a questo proposito l’esempio che arriva dalla Rai, e precisamente da Massimo Giletti, conduttore dell’Arena e campione indiscusso di quel teatrino dell’indignazione che, ogni domenica, porta tanta acqua e tanti voti al mare grande di Grillo e del suo movimento.

Il copione segue uno schema rigido. Da una parte c’è il privilegio, ovviamente odioso, sul quale ogni ospite ha libertà di linciaggio. E dall’altra parte c’è un povero diseredato, vittima di un’ingiustizia sociale, con il quale tutti ma proprio tutti finiscono per solidarizzare. Al centro c’è lui, Massimo il Giustiziere o, se preferite, il Cavaliere della Grande Rabbia. Il quale, armato di Sacro Sdegno, apostrofa e insulta chiunque – in virtù della propria educazione o del proprio convincimento – non si affretti a sputacchiare sui mostri che lui ha apparecchiato dentro il palcoscenico della trasmissione.

Al centro del baraccone del tiro a segno messo a punto per la puntata di domenica scorsa c’era, e non poteva che esserci, il mostro più indecente della malapolitica: il vitalizio, con l’impresentabilità delle sue cifre e con la bruttura del diritto acquisito, un principio quest’ultimo che Massimo il Moralizzatore, mostrava di non volere e di non potere in alcun caso digerire.

Gli ospiti – a cominciare da quella macchietta della politica che risponde al nome di Rosario Crocetta, governatore della Sicilia – lo aiutavano, non c’era problema, ma la bile ancora non montava a dovere e i succhi gastrici stentavano a conquistare le pance e le menti dei telespettatori. Ci voleva il colpo d’ala. E fu allora che l’Arcangelo anticasta ha mostrato in collegamento il volto rotondo e pacioso di Mauro Guidi, fornaio emiliano, chiamato in trasmissione per raccontare la sua disperata lotta per la conquista di una misera pensione, il suo lavoro di undici ore al giorno, la sua sveglia all’una di notte, la sua infanzia infelice di aspirante panettiere. Il tutto per dimostrare quanto ignobile e merdoso fosse invece Salvatore Caltagirone, il politico mandato in onda pochi minuti prima, che grazie a una presenza di pochi mesi nell’Assemblea siciliana, gode di un vitalizio di 3.500 euro lordi.

Un raffronto legittimo, per carità. La libertà di stampa e l’articolo 21 della Costituzione assegnano nobiltà anche alle sceneggiate messe in onda ogni domenica dalla rete ammiraglia della Rai. Ma tra le pieghe della cartapesta televisiva resta impigliato un interrogativo. Giletti poteva – o forse doveva, chissà – rivolgere al fornaio, interrogato solo sulle peripezie relative alla pensione, una ulteriore domanda. Questa: a quanto ammonta il salario di un fornaio che si alza all’una di notte e lavora undici ore al giorno?

La domanda, come sa bene il fedelissimo pubblico dell’Arena, non è stata fatta. Perché altrimenti Giletti avrebbe dovuto mettere a confronto i quindici mila euro l’anno guadagnati a fatica da Mauro Guidi con gli ottocentomila euro che lui, il bravissimo conduttore Massimo Giletti, incassa nello stesso periodo da mamma Rai: la formica e il pachiderma. Il confronto sarebbe stato a dir poco sgradevole. Non tanto per le cifre: in una società libera ciascuno è libero di guadagnare ciò che merita. Ma perché quel raffronto avrebbe di colpo rivelato a tutti, ospiti e telespettatori, di quali inganni e di quali mistificazioni è fatta la crociata dell’anticasta. Si chiamino Emiliano o Giletti, i pupari della revolucion sono proprio quelli che già godono abbondantemente di agiatezze e privilegi, di riverenze e genuflessioni. Quelli dell’intoccabile casta bramina. Che, come ci insegnavano a scuola, è poi un ordine sacerdotale chiamato, ogni domenica, a celebrare per noi il taumaturgico rito della Purificazione.