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Con quali flop e quali imbrogli
Crocetta regala la Sicilia a Grillo


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, Politica

Governa, ma fa il verso al populismo, mentre tutto crolla. Ecco Saro, il più utile alleato dell'armata a 5 Stelle.


PALERMO - Dopo ognuna delle sue apparizioni, Beppe Grillo può sorridere felice. Dopo la solita denuncia di uno scandalo nuovo o di seconda mano, un grillino può esultare. A ogni parola di Rosario Crocetta corrisponde un voto in più per il Movimento cinque stelle. A ogni annuncio del governatore siciliano puntualmente risolto in un flop, nuovo consenso per i già lanciatissimi Cinquestelle siciliani. Di fallimento in fallimento, di spot in spot, infatti, il governatore antimafia e antipolitica sta spianando ai pentastellati di Sicilia la strada verso Palazzo d'Orleans, sede della presidenza della Regione. È lui, a pensarci bene, nell'Isola, il più utile alleato di Di Maio e Di Battista, e di chi oggi aspira a succedergli: il deputato regionale Giancarlo Cancelleri.

Lo sussurrano in tanti, del resto, anche tra i suoi alleati: “Se andiamo avanti ancora un po' con lui alla guida, la vittoria del Movimento cinque stelle è praticamente certa”. Eppure, nel Palazzo del potere siciliano, Crocetta si circonda di consigliori che gli raccontano un'altra favola. Quella secondo la quale, ad esempio, ogni sua comparsata all'Arena di Giletti è un successone. Una occasione unica per sferrare il proprio colpo a salve contro gli sprechi e contro la Sicilia irredimibile, ma un po' redenta grazie a lui.

E in qualche modo, probabilmente, al distratto, assonnato, sazio spettatore delle ore post prandiali della classica domenica da italiano medio, quelle sfuriate improvvise, quegli stereotipi omogeneizzati, il manicheismo da scuole elementari, i numeri sparati a casaccio manco fossero i botti alla festa di Santa Rosalia, fanno anche un certo effetto. Specie se conditi dalle accigliate introduzioni degli anchorman, o dai soliti sdruciti esempi dell'operaio che non arriva a fine mese per colpa degli odiosi vitalizi. Così Crocetta si scopre “proto-grillino”, protagonista di una lotta alla casta di cui fa parte. E da protagonista.

Peccato però, per il governatore, che alle prossime elezioni regionali a votare saranno i siciliani. Gli stessi che cozzano quotidianamente contro le contraddizioni delle sue sparate, i bluff seriali, i cambi di marcia continui, i conti correnti più spogli, il lavoro sempre più raro. E così, in una seduta d'Aula di pochi giorni fa, nel Palazzo dei Normanni sede di quella politica fin troppo facile obiettivo del populismo istituzionale di Crocetta, un deputato di Forza Italia poteva ironizzare: “Se un cittadino di Bolzano si collega in tivù mentre parla Crocetta, crede che il governatore stia all'opposizione e non, invece, che governi da oltre quattro anni”. 

Anni spesi a regalare voti al Movimento cinque stelle. A colpi di strafalcioni e flop. Eppure, il cammino di Crocetta lungo questa legislatura di disastri era iniziato a braccetto con il Movimento. Si parlava, in quei mesi, di “Modello Sicilia”, una sintonia tra il governatore “della rivoluzione” e i pentastellati che non a caso decisero di sostenere, appoggiare e votare la riforma delle Province, nata in televisione, nel marzo del 2013, quando – siamo, ovviamente, negli studi dell'Arena di Giletti – il governatore ospite del conduttore e “incalzato” da Klaus Davi, in passato suo consulente, annunciò: “Abbiamo abolito le Province: siamo i primi in Italia”.

Peccato che la parabola delle Province siciliane sia il simbolo vero di questa tragica esperienza di governo. Perché una volta sparato dal tubo catodico la lieta, rivoluzionaria novella, Crocetta si è disinteressato su come far seguire alle parole i fatti. E così, per quattro anni, mentre la riforma non entrava mai nella piena operatività, il presidente sostituiva cinque, sei assessori alle Autonomie locali, e una trentina di commissari dei nuovi enti. Pescati dal mazzo dei suoi fedelissimi, e attingendo spesso in maniera assai fantasiosa alle loro competenze. Fu il caso, ad esempio, del commissario della Provincia di Trapani Antonio Ingroia. Sì, proprio l'ex pubblico ministero inviato a capo dell'ente con la speranza, manifestata dal governatore, che potesse dare una mano alle ricerche del latitante Matteo Messina Denaro.

Intanto, mentre si procedeva a tentoni e a tentativi, cambiando i progetti di riforma da un mese all'altro, crollavano le strade provinciali alle quali non veniva garantita la manutenzione, non c'erano i soldi per mantenere in uno stato decente le scuole, si bloccava il servizio per il trasporto dei disabili, e arrivavano a singhiozzo gli stipendi per i dipendenti. Un flop epocale. Che si è concluso nella maniera più imbarazzante. Il governo regionale infatti ha accettato di recepire “per intero” la riforma Delrio. La stessa che per anni il presidente aveva orgogliosamente respinto: “Ci penso io a riformare le Province”. Pochi giorni fa, poi, persino i commissari governativi hanno alzato bandiera bianca in una seduta della Commissione bilancio all'Ars: “Se non arrivano cento milioni, il default delle ex Province è praticamente certo”.

Nel frattempo il Movimento cinque stelle si allontanava, fino a “rompere” ed entrare in guerra col governatore. Fino a presentare alcune inutili mozioni di sfiducia. Adesso, i grillini giocano “di sponda”. Ed è semplice. Perché il flop delle Province è uno schema che il presidente Crocetta ha ricalcato un po' dovunque. Doveva riformare gli appalti in Sicilia? La riforma è stata impugnata da Palazzo Chigi. La riforma del sistema idrico in Sicilia? Impugnata anche quella. La riforma dei rifiuti? Cassata da Roma che ha imposto alla Regione paletti strettissimi. La nuova rete degli ospedali siciliani? A prendere polvere sulle scrivanie dei Ministeri. La Formazione professionale nell'Isola? Tra ricorsi, errori, strafalcioni, è ferma da un anno e mezzo. Tutti regali generosamente offerti ai grillini.

E al bluff delle riforme fallite si è spesso accompagnato il solito giochino: quello, cioè, di criminalizzare tutto ciò che il governatore è incapace di risolvere. E così, anche in questo caso è stato fin troppo semplice sparare a zero contro alcuni titolari degli enti che organizzano i corsi, finiti dentro le inchieste giudiziarie. Troppo facile. Specie se la favoletta viene raccontata a chi non vive in Sicilia. E non sa, ad esempio, che l'ex segretario regionale del Partito democratico e oggi parlamentare nazionale Francantonio Genovese, finito ai domiciliari per presunte truffe milionarie nella Formazione, è stato tra i “grandi elettori” di Crocetta alle ultime elezioni regionali. Quando, dalla Provincia di Messina di cui Genovese era originario, giungevano valanghe di voti per il Pd e per il governatore.

La stessa strategia è stata utilizzata da Crocetta per gestire la vicenda dei disabili siciliani. Ignorati per anni, finché non sono giunte le telecamere delle Iene. Il governatore, così, di fronte agli obiettivi, ha coraggiosamente scelto di scaricare tutte le colpe sull'assessore regionale alla Famiglia che lui stesso aveva nominato. E, già che c'era, di scoperchiare – lui che governa da quattro anni e mezzo – il vaso dei “falsi disabili”. Inchieste compiute su due piedi, e poggiate su numeri ben presto smentiti dai fatti. Mentre i disabili abbandonavano le “cabine di regia” create in fretta e furia e a favore di telecamera: “Questo governo ci sta prendendo in giro” hanno protestato. Nuovi voti per i Cinquestelle, che non potranno che raccogliere anche questo sacrosanto malcontento.

Ma il “vizio” emerso nella vicenda dei disabili è una costante di questa legislatura: quella di sparare numeri a raffica a sostegno di idee poco chiare. Bisogna dare una rinfrescata alla facciata antimafiosa? Basta ricordare di avere licenziato seicento (ì) mafiosi tra i precari siciliani. Falso. Bisogna riaccreditarsi come statista? Ecco i numeri sul Pil o su una eccezionale efficienza nella spesa europea smentita da ogni documento ufficiale. Serve un supporto alla figura di risanatore della vecchia palude siciliana? Ecco il racconto di bilanci finalmente in equilibrio dopo gli sprechi dei malfattori del passato. Ultima polemica da cavalcare, quella sugli evasori siciliani, meglio se politici dell'Assemblea regionale, sui quali Crocetta ha finito per scaricare le debolezze della società Riscossione Sicilia guidata dall'avvocato catanese Antonio Fiumefreddo. Un'azienda incapace anche per la pochezza dei mezzi, di riscuotere davvero, come ha spiegato la Corte dei conti. Ma destinataria in questi anni di decine di milioni di euro per le ricapitalizzazioni.

Ma alcuni numeri, tra quelli veri, il presidente della Regione li dimentica o li ignora. Ad esempio, quelli che riguardano l'indebitamento della Sicilia cresciuto con lui del quaranta per cento e oggi superiore agli otto miliardi di euro. E dimentica, Crocetta, di citare i dati sull'occupazione in Sicilia: tutti in calo rispetto al 2012, anno in cui si è insediato. Dati che i siciliani conoscono bene, pur senza conoscerli davvero. Perché la Sicilia, con Crocetta, è più povera. Più indebitata. Più disperata. Un giacimento d'oro per la rabbia dei militanti grillini.

E così, il Movimento cinque stelle può limitarsi ad attendere e raccogliere la linfa fornita dal governatore che prova a fare il grillino stampando, sul logo del suo nuovo movimento, chiamato “Riparte Sicilia”, non cinque, ma ben nove stelle. E qui, ecco tornare l'eco di quell'intervento del deputato forzista all'Ars: “Ma non governa da quattro anni?”. E in effetti, l'invito “a ripartire” lanciato dal governatore a un'Isola ferma per colpa sua, pare il sintomo di una schizofrenia istituzionale.

Intanto la nuova creatura di Crocetta, riempita ovviamente dei tanti amici sparsi tra le pieghe del solito, costosissimo sottogoverno siciliano che il governatore non ha affatto smantellato, sembra le riedizione del vecchio “Megafono”. Il primo movimento di Crocetta dal quale nel frattempo sono fuggiti tutti, prendendo le distanze dal governatore e da quel progetto politico. Ammesso che un progetto ci fosse. Perché nel frattempo, i movimenti di Crocetta cozzavano con quello che sarebbe ancora il suo partito: il Pd. Ma anche su questo fronte, il governatore ha danzato per quattro anni fuori tempo. Passando da “unico vero rottamatore” a filo-renziano, ma pur sempre in guerra con i renziani di Sicilia. Mosse che hanno finito per lacerare il suo governo, dal quale sono passati nel frattempo 42 assessori e quella stessa maggioranza formata, oltre che dai dem siciliani, anche dai variopinti cocci del centrodestra siciliano. Lo stesso contro cui Crocetta ha da sempre puntato il dito. Salvo poi invitare tutti a far parte di questo fallimento: ex assessori alla Sanità di Cuffaro oggi in giunta con Crocetta, ex fedelissimi di Raffaele Lombardo al fianco del governatore di Gela. Un invito a nozze per il malcontento grillino.

E il bluff della rivoluzione crocettiana si accompagna inevitabilmente a un'altra impostura. È il bluff dell'antimafia e della legalità. Fragorosamente naufragato tra gli scogli delle inchieste. Perché il moralizzatore Crocetta, in questi quattro anni è stato circondato – e lo è tutt'ora – da fedelissimi finiti dentro inchieste della Procura ordinaria e di quella contabile. Alcuni già condannati, altri a processo. È il caso, solo per fare qualche esempio, del braccio destro del governatore e il più alto burocrate della Regione siciliana. Patrizia Monterosso fu chiamata a fare il dirigente durante i governi di Totò Cuffaro, poi fu promossa durante il governo di Raffaele Lombardo. Governatori la cui esperienza alla Regione si è conclusa – lo ricorda spesso proprio Crocetta – per processi di mafia.

Crocetta che fa? Conferma la burocrate, tenendola al proprio fianco nonostante una condanna contabile per un danno all'erario superiore al milione di euro.. Al punto da dover gestire l'equilibrio precario di chi deve denunciare il malaffare ma allo stesso tempo deve difendere la sua fedelissima. Un altro regalo ai grillini. “Se noi saremo eletti – ha annunciato il quasi certo candidato Cinquestelle a Palazzo d'Orleans, Giancarlo Cancelleri – non confermeremo l'incarico della Monterosso”. Che nel frattempo è finita a processo per peculato.

La stessa accusa che pochi giorni fa i pm palermitani hanno contestato ad Antonio Ingroia, l'ex pm da anni a capo di un carrozzone regionale che si occupa di informatica. Anche lì, la solita tiritera antimafia che si è tradotta nel licenziamento da parte di Ingroia della parente incensurata di un boss. Una decisione che l'ex procuratore ha dovuto rimangiarsi, dopo la decisione di un giudice che ne ha imposto il reintegro. Intanto, proprio Crocetta insieme a Ingroia è sotto inchiesta da parte della Procura della Corte dei conti per una vicenda di assunzioni dubbie nella stessa società mangiasoldi.

Inciampi lungo quel cammino legalitario che si sono trasformati in un clamoroso scivolone, due anni fa. Il teatro è quello della sempre malata sanità siciliana, contro la quale Crocetta lanciò la sua crociata moralizzatrice. Peccato che nel frattempo alcuni tra i manager e i medici siciliani più vicini al governatore siano finiti ai domiciliari o dentro le inchieste della magistratura. È accaduto per Giacomo Sampieri, commissario nominato da Crocetta a capo di una delle più grosse aziende ospedaliere siciliane, il “Villa-Sofia Cervello” di Palermo e anche per il primario “amico” Matteo Tutino. Lo stesso tirato in causa (ingiustamente, stando alla Procura) in una intercettazione-fantasma pubblicata da l'Espresso che riportava una durissima frase del medico su Lucia Borsellino, figlia del magistrato Paolo, e in quei giorni assessore alla Sanità del governo Crocetta. Un polverone che ha finito per nascondere le vere malattie della Sanità siciliana. Le solite interferenze della politica, le vecchie storie. Le stesse che spinsero Lucia ad abbandonare il governo di Crocetta per “prevalenti ragioni di ordine etico e morale”. Parole che hanno smontato l'impostura di una moralizzazione farlocca. Aprendo ancora una volta un varco per l'ondata dei Cinquestelle. Ai quali Crocetta, con le sue parole, i suoi bluff e i suoi fallimenti, sta regalando la Sicilia.