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La polemica

Ecco come il fratello chiacchierone
spreca il nome di Paolo Borsellino


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Ancora una frase di Salvatore, perlomeno incauta. Quando finirà lo show delle agende rosse?


Un libro di carne e sangue, scritto quasi con le identiche parole. Ecco cos'è un fratello. 'L'altro te', incardinato come un amorevole accidente, fra tuo padre e tua madre. Puoi odiarlo quando pensi che ti rubi qualcosa che era tuo. Lo ami, ogni volta che in lui riecheggia un'eco stranita di ciò che sei tu. E se è destinato a seppellirti, lo guarderai da un letto d'ospedale con un morso d'invidia per la vita che se ne va e una colata tiepida di conforto per il nome che resta. E se sei destinato a seppellirlo, spargerai l'ultimo mucchietto di fiori e terra sulle sue ossa, come per un omaggio a te stesso.

Salvatore Borsellino ha detto, giorni fa a Napoli, di fianco a Luigi-Giggino De Magistris, primo cittadino partenopeo, già magistrato: “Dovete essere vicini al vostro sindaco. Quando era pm e gli hanno tolto le inchieste, è come se lo avessero ucciso. Luigi è un altro pm morto". Un altro rispetto a chi? Rispetto a Paolo. Almeno, è naturale pensarlo; infatti i giornali hanno intitolato: “De Magistris, pm morto come mio fratello”, insistendo sull'improvvido accostamento di due figure talmente lontane da far apparire surreale ogni ipotesi di vicinanza.

L'alternativa è dunque secca. O Salvatore smentisce – e sarebbe complicato – quelle ricostruzioni e quelle suggestioni. Oppure si pone una domanda brutta, ma ineludibile: è mai stato, Salvatore, in profondo sintonia col sangue del suo sangue? Ha mai conosciuto Paolo Borsellino, il ragazzo che gli camminava accanto? Ne ha mai appreso la misura caratteriale, la parola asciutta, la necessità di sottomettere i ragionamenti ai fatti?

E noi – meglio chiarirlo subito – diamo per scontato che la risposta converga sul sì e che di quel legame sia rimasta soprattutto l'ustione di un'atroce perdita. Eppure, chi ha presente i personaggi tirati in ballo sa bene che nessun giorno di Borsellino – liberamente parafrasando – è mai stato un giorno di 'Giggino'. Come può, allora, un fratello confondersi fino a tal punto? Sotto l'effetto tragico di quale cecità?

Vasta, infatti, è la didascalia delle differenze a corredo di foto e biografie. Paolo era uno che i processi li vinceva; Giggino De Magistris più raramente, per la cronaca. Paolo non ha mai fatto politica e non si sarebbe mai sognato di farla; Giggino, invece, sì. Paolo ha rilasciato delle dolentissime interviste per descrivere, per esempio, il tramonto del Pool Antimafia, soverchiato da troppi avversari, con la cautela di chi è costretto a cantare fuori dal coro. Giggino ha recitato una carriera da solista, nel fragore mediatico applicato all'aula di giustizia. Il coro, semmai, è sempre stato un impiccio. Paolo indossava la toga come un saio severo e laico, benché fosse un padre e un marito allegro, capace di scovare la battuta perfino nell'attesa dei suoi ultimi giorni. Per Giggino - così almeno parrebbe dallo scintillio mediatico intorno a certe gesta - la toga è stata più un vestito di gala, anche a coronamento di un'ambizione personale: e non c'è nulla di sbagliato, se l'ambizione viene sostenuta dalla correttezza, come sarà senz'altro accaduto. Però quanta differenza di stile e di sostanza. Quante distanze.

Il saio e il vestito. La sobrietà e la sfrontatezza. La clausura e l'esibizione. Il tritolo di una strage e la presunta sottrazione di inchieste equiparate nella stessa definizione di morte. Se l'incommensurabilità del paragone – in ogni tempo, in ogni contesto, in ogni luogo, in ogni sia pur periferica connessione, in ogni morale della favola, in ogni segmento della storia - è chiara a tutti, perché non risulta evidente al 'sangue de sangue'? E come è stato possibile – per citare un altro stravolgimento che grida vendetta - sceneggiare il sacrilego abbraccio con Massimo Ciancimino, in via D'Amelio, proprio sull'altare del sacrificio?

Un libro che è uno specchio, un altro te stesso: questo è un fratello. Non un'icona slabbrata, non l'assenzio di una narrazione da agende rosse. Forse un giorno Salvatore deporrà i paramenti della vanagloria e dell'antimafia da circo che ha messo di guardia intorno al suo cuore spezzato, scegliendo l'ira funesta, nemica della lucidità. Potranno aiutarlo Manfredi, Fiammetta e Lucia – i figli del dottore Borsellino – che hanno sposato il lutto privato a un ammirevole equilibrio pubblico. Forse il fratello sopravvissuto tornerà sulla tomba del fratello morto, abbandonando la caricatura che ha contribuito a tratteggiare, per riabbracciare ciò che resta di un uomo.

E non sarà mai tardi: capita di smarrirsi, specialmente in certe notti tenebrose, quando un mucchietto di fiori e terra da stringere nella mano come una cara reliquia sembra un niente sopraffatto dal silenzio. Invece è lì, nel buio, che risplende, con la consistenza luminosa del tutto.