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SANGUE E MORTE

Mafia, droga e debiti
Quei summit prima dell'omicidio


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Francesco Pedalino e Giuseppe Urso

I retroscena del delitto di Mirko Sciacchitano. LE FOTO DEGLI INCONTRI.

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PALERMO - Un debito creò frizioni fra i clan del Borgo Vecchio e di Santa Maria Di Gesù. Dovettero intervenire i pezzi grossi per mettere le cose a posto e tirare le orecchie a Francesco Urso, rampollo di una storica famiglia mafiosa. Sono i retroscena del pesante clima sfociato, nell'ottobre 2015, nell'omicidio di Mirko Sciacchitano, assassinato da un commando di fuoco. Ha pagato colpe non sue. Il suo omicidio sarebbe stato un macabro messaggio indirizzato a Urso e ai suoi amici che creavano solo guai nella zona. Rappresentò il culmine di un'escalation di avvertimenti.

>LA GALLERY DEL DELITTO

Francesco Urso è figlio di Giuseppe, che tutti a Santa Maria di Gesù chiamano Franco, uno dei sei ergastolani condannati per la strage di via D'Amelio e scarcerati nel 2011. Il processo che lo riguardava, seppure definitivo, si reggeva sulle bugie del pentito Vincenzo Scarantino. Stessa sorte è toccata al cognato Cosimo Vernengo con il quale Giuseppe Urso ha condiviso la condanna per mafia, questa sì rimasta in piedi. Cosimo è figlio di Pietro, condannato all'ergastolano al Maxiprocesso, reggente della famiglia di Santa Maria di Gesù, uno dei massimi esponenti del narcotraffico. Francesco Urso è anche cugino di un altro Cosimo Vernengo, soprannominato“Pennacchia”, figlio di Antonino “u dutturi”. Urso, 34 anni, è sempre stato considerato una testa calda. I suoi precedenti sembrano darne conferma: lesioni, minacce, resistenza, liti in carcere e un tentato omicidio. Pochi giorni fa il Tribunale del Riesame ha stabilito che Urso, condannato per il ferimento di Cona, deve tornare in carcere (il giudice gli ha concesso i domiciliari). I suoi difensori hanno fatto ricorso in Cassazione.

A Santa Maria di Gesù hanno faticato parecchio a tenerlo a bada. Hanno dovuto redarguirlo più volte attraverso il padre Giuseppe e lo zio Cosimo Vernengo. Le parentele di peso nel mondo di Cosa nostra gli hanno evitato, ne sono sempre stati convinti magistrati e carabinieri del Ros, punizioni più pesanti. E così quando nell'ottobre 2015 Urso ferì Luigi Cona la furia omicida si scatenò su Mirko Sciacchitano. Non potendo uccidere il figlio e nipote di due boss, se la presero con il ragazzo che aveva accompagnato Urso in moto alla rosticceria di Cona. Per l'omicidio sono sotto inchiesta Salvatore Profeta e Natale Gambino, presunti mandanti del delitto. Gli esecutori materiali sarebbero stati Francesco e Gabriele Pedalino, Domenico Ilardi e Antonino Profeta (figlio di Salvatore).

Nei primi giorni del 2015 le telecamere dei carabinieri filmarono l'appuntamento alla Guadagna fra Francesco Pedalino, Antonino Augello e Ottavio Abbate. Abbate, scarcerato nel luglio precedente dopo avere scontato una condanna per associazione mafiosa e spaccio di stupefacenti, è fratello di Luigi Abbate, soprannominato "Gino u mitra", capomafia del Borgo Vecchio. Ottavio Abbate è anche zio di Antonino, classe '77, considerato il reggente del clan. Anche nel passato di Augello c'è una condanna per droga. Terminato l'incontro Pedalino fece il punto della situazione con Giuseppe Urso e Natale Giuseppe Gambino. Quest'ultimo qualche giorno dopo commentava senza sapere di essere intercettato: “... quello non si è visto completamente... appena io lo vedo… pezzo di cosa inutile questo…il figlio di Franco Urso”. Anche Salvatore Profeta non era tenero: “... si deve fare male…ora glielo dico a Cosimo… gli devi dire a tuo nipote… che deve essere più serio… deve parlare poco”.

>LE FOTO DEGLI INCONTRI

Gambino e Profeta discutevano di un debito molto probabilmente legato ad affari di droga. Bisognava dire a Francesco Urso “che gli da i soldi”. Gambino era perplesso: “... non lo so… se li ha. Vediamo che ci racconta… quanto ci deve dare?... quaranta…e quindici... si però non è che… sono tutti soldi di loro”. Urso, dunque, aveva un debito complessivo di 55 mila euro.

Pochi giorni dopo, un nuovo incontro con Ottavio Abbate in piazza Guadagna, seguito da un vertice a cui parteciparono anche Cosimo Vernengo e Giuseppe Greco, in quel momento considerato l'uomo forte a Santa Maria di Gesù: “... ma scusa questi per venire a fare questi discorsi…vuol dire che tu gli hai dato acqua nelle mani... questo di qua…prima li deve dare a noialtri... vediamo quello che possiamo fare…prendetevi tanto…e vi faccio avere tanto al mese”. Il debito, dunque, sarebbe stato pagato a rate e lo comunicarono in macchina al padre di Francesco Urso, Giuseppe. Prima che salisse in auto tiravano in ballo “quello…u turchicieddu” che era “venuto per il fatto dice con quello…dice il fatto di Francesco…dice per non fare la brutta figura così”. “U Turchiceddu” è il soprannome di un personaggio che lavorava nel mondo della droga.

“Questo un dramma è…no un problema... se lui deve dare dei soldi…lui deve dare i soldi... io non ne ho dialogo con mio figlio”, disse Giuseppe Urso quando seppe del debito del figlio. “... è grande…e ancora fa le cose da bambino - il padre si rammaricava del comportamento del figlio - aveva tutto questo bisogno… fino a due anni fa guadagnava quindicimila euro al mese…lavorando regolare”.

Nella notte del 22 febbraio 2015 due soggetti vicini a Urso furono bersaglio di intimidazioni. Un ragazzo di Falsomiele con precedenti per spaccio si era presentato al Pronto soccorso del Civico con ferite al braccio, alla gamba, al naso e alla testa “non compatibili con la causa fornita ai sanitari”. Improbabile che fosse rimasto vittima di un incidente stradale. La stessa notte era stata incendiata la Panda della moglie di un altro pregiudicato per droga e amico di Urso. “Stavolta ha preso una cantoniera di petto”, diceva Salvatore Profeta. E Natale Gambino aggiungeva. “... gli ho detto questa è la volta buona che qua non ci viene più e se ne va a lavorare…si vada a guadagnare il pane altrove”. Il 26 febbraio 2015 Profeta e Gambino davano conferma della reazione violenta degli esponenti della famiglia di Santa Maria di Gesù risentiti dal comportamento di Urso: “Le legnate non sono state per i soldi... se non gli porti rispetto a tuo padre… quando vedi a noi non ci salutare nemmeno”.

Infine i carabinieri annotarono “un fatto singolare” avvenuto quindici giorni dopo l'omicidio Sciacchitano. Il 19 ottobre Francesco Pedalino giungeva alla Guadagna a bordo dalla sua Audi Q3 di colore grigio. Qui incontrava Giuseppe Urso che “appoggiava pure il proprio capo sulla spalla del primo. Il gesto, proveniente da un uomo d’onore più anziano e di lunga militanza, era sintomatico del rispetto verso Francesco Pedalino”. I dissi erano acqua passata. Il figlio, però, doveva dimostrare di avere imparato la lezione.