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IL PROCESSO

Borsellino quater, oggi la sentenza
Fanfare, polemiche e falsi pentiti


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Il Palazzo di giustizia di Caltanissetta

È il processo dei pentiti pataccari quello in corso davanti alla Corte d'assise di Caltanissetta.

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PALERMO - I giudici entrano in camera di consiglio. Finalmente. Non si sa quanto tempo ci resteranno, ma quasi certamente in giornata sarà emessa la sentenza del processo Borsellino Quater.

È il processo dei pentiti pataccari quello in corso davanti alla Corte d'assise di Caltanissetta. Il processo delle accuse costruite sulle bugie dei collaboratori di giustizia. Il processo dei “non ricordo” di personaggi istituzionali. Il processo delle polemiche delle parti civili che non hanno risparmiato neppure i pubblici ministeri di oggi e cioè coloro a cui va riconosciuto il merito di essere ripartiti dalle macerie lasciate sul campo dai colleghi che li hanno preceduti. Perché le bugie di Vincenzo Scarantino, Salvatore Candura e Francesco Andriotta sono state credute da tanti pm e hanno passato il vaglio dei giudici di tre gradi di giudizio. Sono diventate l'ossatura per condanne all'ergastolo inflitte con sentenze definitive e cancellate due decenni dopo. Una pagina poco edificante per la magistratura.

È stato il capo della Procura di Caltanissetta Amedeo Bertone a prendere la parola nelle repliche per definire “ingenerose” le accuse che l'avvocato Fabio Repici, legale di Salvatore Borsellino, ha rivolto ai pm. "In questo processo si è parlato di zoppìa del discorso del pm in relazione all'esame delle fonti di prova - ha detto Bertone - di orticaria nei confronti dell'argomento trattativa e di pensiero malato del pubblico ministero, di amnesie per le vicende del castello Utveggio e in un'aula di giustizia si è parlato di 'vergogna' rivolgendosi al pm; addirittura qualcuno ha detto che tutto questo suscita cattivi pensieri. Sono esternazioni che respingiamo al mittente. Tutto questo sembra davvero ingeneroso nei confronti di quest'ufficio che si è dato carico, senza fanfare, di rivedere tutto il materiale probatorio offerto dalle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina". Sono i due collaboratori di giustizia che hanno smentito i vecchi pentiti.

Il riferimento al legale di Borsellino è stato esplicito: "Non riteniamo sia una vergogna chiedere la condanna per calunnia di Salvatore Scarantino, avvocato Repici. E sostenere in un'aula di giustizia che si sia trattato di una vergogna è un eccesso". Con queste parole Bertone ha completato le sue repliche, confermando anche le richieste di condanna per tutti e cinque gli imputati nel quarto processo e cioè Salvo Madonia, Vittorio Tutino - che rispondono di strage - e i falsi pentiti Scarantino, Andriotta e Pulci.

"È stato detto che è un falso sostenere che Scarantino ha parlato solo quando è stato messo con le spalle al muro - ha aggiunto Bertone - Dopo l'ultima ritrattazione Scarantino ha impiegato sei mesi prima di parlare. Riteniamo che ci sia stato un pressing e un comportamento scorretto da parte di alcuni operatori di polizia, ma anche che ci sia stato un interesse di Candura e Scarantino a iniziare una collaborazione. Altra insinuazione gratuita è quella di avere lasciato pendente l'indagine sui poliziotti per il depistaggio e le pressioni a Scarantino, in modo da consentire loro di potere avvalersi della facoltà di non rispondere. Inutile ricordare che sono stati sentiti in aula dopo la chiusura dell'indagine".

Ci sono dei visioni contrapposte. Per Repici furono le botte ricevute e le minacce subite a stimolare le falsità di Scarantino. Non è d'accordo la Procura, secondo cui il pentito si sarebbe “di volta in volta bugie e falsità, accogliendo i suggerimenti degli investigatori e fornendo le risposte che si aspettavano per un tornaconto personale consistente nell’uscire dal carcere e avere dei benefici”.

Nessuna riconoscenza nei confronti dei pm aveva mostrato lo stesso Salvatore Borsellino, che aveva criticato : “Nessuno ha ritenuto di dovere presenziare all'udienza”, aveva scritto, criticando l'unico rappresentante dell'accusa presente in aula durante la discussione del suo legale. Stefano Luciani era colpevole, a suo dire, di non avere neppure incrociato il suo sguardo per un saluto. Per Borsellino si era trattato di un gesto deliberato, figlio della “fatwa” lanciata contro di lui da Nico Gozzo e Sergio Lari. Il primo oggi fa il sostituto procuratore generale a Palermo, mentre il secondo è il procuratore generale di Caltanissetta. Sono stati i due magistrati che hanno riaperto le indagini sulla strage di via D'Amelio. Due anni fa, però, criticarono l'abbraccio fra Salvatore Borsellino e Massimo Ciancimino alla commemorazione dell'eccidio, vedendo in quell'immagine il simbolo di un'antimafia urlata che si affidava a personaggi dalla discutibile credibilità processuale.

Oggi si chiude il primo grado del processo con la sentenza del collegio presieduto da Antonio Balsamo. Ma c'è giù materia per nuovi capitoli giudiziari. "Ci sono buchi neri nei fatti legati alla strage di via D'Amelio, come la vicenda dell'agenda rossa di Paolo Borsellino - ha spiegato Bertone - le indicazioni fornite in aula dal colonnello Arcangioli e il contrasto con altre dichiarazioni pongono la necessità di riaffrontare questo tema. Ci sono le prospettive per una ulteriore attività che dovrà essere svolta e verificata".