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Palermo-mafia

L'estorsione in diretta
Condannati padre e figlio


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Avrebbero cercato di estorcere denaro al titolare di una concessionaria di auto di Palermo.

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PALERMO - Il gup di Palermo ha condannato a 4 anni e 3 mesi ciascuno, in abbreviato, per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso, Pietro Caviglia e Giuseppe e Mauro Licata, padre e figlio. Avrebbero cercato di estorcere denaro al titolare di una concessionaria di auto di Palermo.

Questa la storia ricostruita dai pubblici ministeri della Dda Annamaria Picozzi e Amelia Luise. Tutto iniziò, come sempre, con le intimidazioni. Serrature bloccate con la colla e bottiglie di benzina lasciate all'ingresso dell'officina-concessionaria di automobili nella zona di viale Regione Siciliana. Il titolare, dopo avere denunciato le intimidazioni, capì che doveva “cercarsi la strada” per parlare con il mafioso di turno. Giuseppe Licata, 82 anni, all'appuntamento con la vittima si stava presentando con un coltello. I carabinieri lo fermarono con la scusa di un normale controllo e lo disarmarono

I Licata avrebbe imposto la cifra da pagare: duemila e cinquecento euro subito e altrettanti il successivo Natale. Padre e figlio, titolari di un autolavaggio, avrebbero agito per conto di Pietro Caviglia, 61 anni. Nel passato di Caviglia c'era un'inchiesta per mafia chiusa con l'assoluzione. 

I carabinieri del Nucleo investigativo ascoltarono in diretta le fasi preparatorie dell'estorsioneIl telefono del commerciante era stato messo sotto controllo. Qualcuno si era fatto vivo con una telefonata minatoria: “... stamattina mi è successa un'altra minchiatella... una telefonata”, diceva a Mauro Licata, che lo rassicurava: “Io ho cercato di rintracciare una persona... ha il telefono pure spento”. Era stato il commerciante a cercare aiuto: “... hanno incominciato a mettere benzina la prima volta, la seconda volta... qualcosa sicuramente si sta muovendo e c'è qualcuno magari che... e volevo capire un poco come muovermi... se c'è qualcuno io qua sono... il problema qua è, non è ad Alcamo perché ad Alcamo a quest'ora... che mi sarebbero venuti a cercare, il problema è qua... mai nessuno è venuto... quando io sono arrivato ci sono stati qua qualche cinquanta, sessanta arresti, non c'era nessuno neanche la scopa piedi, piedi, proprio in quella zona, l'anno scorso di questi tempi hanno arrestato...”.

Mancava, dunque, qualcuno a cui fare riferimento per la messa a posto. Licata lo tranquillizzava. Stava cercando di capire a chi rivolgersi: “... ho trovato una persona che c'è e non c'è... quindi se riesco a trovarlo... glielo accenno vediamo cosa mi dice lui... “. Il successivo passaggio fu la convocazione dell'imprenditore all'autolavaggio dei Licata, in via Principe di Palagonia. Ed è lì che entrò in gioco l'anziano Giuseppe. Diceva di essere stato incaricato di trattare la faccenda: “... da questo momento io già ho responsabilità...”. All'anziano uomo il commerciante raccontò delle sue vecchie grane con la giustizia: “... ho fatto tutti e tre gradi, primo, secondo e terzo grado... proclamandomi innocente... mi hanno condannato, perciò per la giustizia italiana sono colpevole, anche fino ad oggi mi proclamo innocente, però dico sono... queste sfumature, cosa succede e... avendo cinque anni di esperienza bene o male sai come funziona”. Ed è proprio in virtù delle sue esperienze che si aspettava di ricevere un trattamento diverso: “... che minchia vengono a buttare la bottiglia, mandami a qualcuno qua... mandami a qualcuno se tu hai bisogno, parliamone dico qual è il problema... è questa fu una brutta cosa perché io avendo dei problemi devo andare a fare la denuncia, non è che... è corretto”. “Per loro agire in questa maniera sono stati autorizzati”, spiegava Licata.

Il punto è che l'imprenditore non aveva i soldi per pagare il pizzo. Poteva praticare uno sconto sull'acquisto di una macchina, ma non era il momento di mettere mano al portafogli. “... però la verità ci sono persone che hanno tre, quattro bambini e non hanno come minchia dargli a mangiare”, rispondeva Licata che, per sua stessa ammissione, diceva di agire per conto di altri: “... mi hanno detto... gli dici che sta fermo e buono”.

Per conto di chi? Secondo i pm, di Pietro Caviglia che gli investigatori ritengono vicino alla famiglia mafiosa di Cruillas. I carabinieri hanno monitorato le sue telefonate e i suoi incontri con Giuseppe Licata che, secondo l'accusa, lo aggiornava della situazione passo dopo passo. Fino a quando il più anziano dei Licata disse all'imprenditore: “... come ci comportiamo... insomma io ho dovuto... ho dovuto disturbare un... un paio di... alla grande, no dico roba da giocare, questa è roba di serie A per io potere risolvere questo problema... c'è un caro amico mio ... cioè si sta chiudendo questa situazione, è che ci conosciamo da quarant'anni perciò... abita in quella zona, gli ho detto come... come siamo combinati... gli ho detto perché è un bravo ragazzo, è un amico... due e cinque ora e due e cinque a Natale”.

Troppi secondo l'imprenditore: “... questa persona di grande rispetto sicuramente può fare presente che... se gentilmente lo può fare se spostando a dicembre vediamo un poco... come... come finisce un poco la situazione e no... perché in questo momento sono in un disastro totale... le spese sono assai, ci siamo?”. “Non posso venire meno a questo impegno che ho preso, credimi”, ribatteva Licata che in un sussulto di paura gli chiedeva: “... ma il telefono lo hai sotto controllo tu?... devi stare attento però... tu non lo sai... corri grossi rischi”.