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La manovra

“Vigliacchi, cialtroni, barbari”
E la Finanziaria resta al palo


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ars, finanziaria, regione

Insulti durante l'esame della legge di stabilità. E dopo otto ore i deputati non approvano nemmeno un articolo.


PALERMO - Insulti e voti segreti. Accuse e guerre “territoriali”. E la Finanziaria resta al palo. Dopo la bellezza di otto ore di seduta, ieri l'Ars non è riuscita ad approvare nemmeno il primo articolo della legge di stabilità che dovrà ricevere il via libera definitivo entro il 30 aprile prossimo. Un andamento lento frutto del solito assenteismo di buona parte dell'Assemblea, ma soprattutto del disinteresse e delle divisioni di una maggioranza che ormai non risponde a nessuna logica politica.

E che ha, non a caso, ripetutamente fatto mancare il numero legale in Aula, costringendo, come impone il regolamento, a più di una sospensione della seduta. Così, in assenza di “sostanza”, la discussione è stata condita dagli aromi delle polemiche, sfociate spesso negli insulti.

Ad accendere la miccia, in particolare, è stata la scelta dell'Aula di bocciare una norma che destinava dei contributi specifici per i centri di Ortigia e di Agrigento. In quel caso, a far soccombere le norme, è stato il voto segreto, chiesto dal Movimento cinque stelle e da Forza Italia. E così, ecco la “pacata” reazione dei deputati originari della zona interessata dal contributo e che ovviamente, avevano caldeggiato l'approvazione di quello stanziamento. Il presidente della commissione bilancio, il siracusano Vincenzo Vinciullo, ad esempio, ha parlato di “vigliacchi che si nascondono dietro il voto segreto”. L'agrigentino Michele Cimino, invece, ha scelto la definizione di “barbari”, rivolgendosi direttamente ai colleghi grillini.

Ma le polemiche dovevano ancora raggiungere l'apice. Stavolta ad accendere gli animi è stato il vicepresidente dell'Ars Antonio Venturino, che ha sarcasticamente fatto notare come il Movimento cinque stelle, il partito dal quale si è separato a metà legislatura, avesse deciso di bocciare il finanziamento per Siracusa e Agrigento, e si preparava a cassare anche il contributo destinato a Ragusa Ibla. E così, ecco la reazione veemente del leader siciliano dei Cinquestelle, Giancarlo Cancelleri, che ha bollato come vergognosa l'abitudine di cambiare casacca dopo essere stato eletto con una forza politica. Cancelleri, poi, decideva di chiudere ricordando allo stesso Venturino che “il mimo e l'attore bisogna farlo fuori da questo parlamento”. Un parlamento, aggiungeva Cancelleri, “nel quale assistiamo a comportamenti schifosi. E al fuggi fuggi di deputati che fanno mancare continuamente il numero legale”.

Apriti cielo. A dare man forte a Cancelleri, è intervenuto il deputato Mpa Giovanni Greco, il più anziano tra i parlamentari di Sala d'Ercole. “Venturino – ha detto – è l'ultimo qui ad avere il diritto di parlare. Anzi, quando in quest'aula manca lui o Crocetta, riusciamo a lavorare molto meglio”. Dichiarazioni che hanno scatenato la reazione dai banchi del vicepresidente dell'Ars, che ha urlato: “Tu non capisci niente, vai in pensione”. Concetti ribaditi poi al microfono: “Greco ha evidentemente qualche problema, ma poverino va compreso, vista l'età: le do un consiglio, compia i suoi 70 anni e vada in pensione, invece di dire cialtronate”. “Io in pensione? - la risposta di Greco – lei semmai torni a Londra a fare l'attore”. Animi caldi, caldissimi. E del resto già Greco poche ore prima aveva lamentato le eccessive discussioni attorno a “sto fottuto emendamento”.

Urla, strepiti e accuse, quindi. Ma risultati zero. L'Aula non è riuscita ad approvare infatti nemmeno il primo articolo della legge di stabilità. Anche a causa delle ore trascorse a discutere sul comma che prevedeva una porzione dei finanziamenti per i disabili. Contributi che saranno garantiti dai Comuni, ma solo dopo una riscrittura della norma inizialmente presentata dal governo. Norma che non piace però ai diretti interessati, che ieri hanno chiesto a gran voce a governo e deputati di dimettersi in massa. Una protesta che è anche una provocazione. Alla quale governo e deputati hanno risposto nel peggiore dei modi: trascorrendo cioè una intera giornata a insultarsi. Senza riuscire ad approvare, dopo otto ore di urla, lo straccio di un articolo.