Live Sicilia

I social

Dopo la cella, il silenzio
Cuffaro, 'fine gogna mai'


Articolo letto 21.994 volte
Cuffaro al corso (foto da facebook)

Un corso dell'Ordine dei giornalisti. La polemica sulla presenza dell'ex presidente condannato per mafia.


Metti che l'Ordine dei giornalisti organizzi, ad Agrigento, un corso sul delicato rapporto tra carcere e informazione. Metti che si presenti, in qualità di ospite, con occasione di intervento, Totò Cuffaro, ex presidente della Regione condannato a sette anni per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra, pena che ha scontato, prima di tornare in libertà. Metti che uno dei presenti decida di uscire dall'aula e dia alla sua fuoriuscita il significato pubblico di un dissenso, con tanto di foto e seguente post su Facebook. Metti che la storia sia finita qui, ma c'è il resto. E il resto compone tutto il canovaccio dell'antimafia da social, per cui il 'coraggioso' è già diventato un baluardo di legalità, in una terra sottomessa di coppole e boss che ha sopportato un simile affronto.

E siamo già all'estremità di un estremismo diffuso che non accetta punti interrogativi: lodi per chi è andato via alzando la bandiera dello scandalo, esecrazioni, se non esplicite, sottintese, per chi è rimasto, ovviamente in odore di collusione.

Qualcuno riporta un pensierino della scrittrice Lara Cardella, quasi ritagliato da una cartolina dell'impegno che è parvenza e quasi mai sostanza: “Sono questi gesti che mi fanno pensare di poter davvero onorare chi è morto per colpa della mafia, non in retoriche cerimonie con parole vuote ed ipocrite, ma fattivamente”. Solo pochi oppongono, con garbo, considerazioni dubitative : “Quella di Cuffaro era una testimonianza, non una formazione, non una ricerca di assoluzione. E noi dovremmo avere la capacità di ascoltare e non di giudicare”. Troppo tardi, il rogo è già divampato.

"Mi sembra una polemica eccessiva – osserva dal canto suo Riccardo Arena, presidente dell'Ordine dei giornalisti di Sicilia, cronista di giudiziaria, uno che il 'Cuffarismo' fuori e dentro dai palazzi l'ha sezionato senza sconti –. Massimo rispetto per la decisione del collega, uno solo, che ha ritenuto di andare via. Ma non possiamo accettare che gli altri siano considerati quasi moralmente responsabili di non avere preso le distanze, chissà perché e da che, poi. Totò Cuffaro non era lì per dichiararsi vittima della giustizia, né per ripercorrere la sua vicenda processuale. Il tema era un altro e quel contributo era il resoconto della vicenda di un ex detenuto, al tempo stesso ex potente, con un'esperienza particolare a cavallo di mondi che di solito non comunicano”.

La domanda è semplicissima: perché Totò Cuffaro non avrebbe dovuto partecipare al seminario? E' stato condannato, ha trascorso gli anni prescritti anni in galera. Secondo la legge, è rieducato, ha scritto libri sulle condizioni dei detenuti grazie ai quali ha rischiarato certe zone d'ombra della colpa e della pena. Sì – ribatterebbe l'antimafia da social – però nella sentenza che lo riguarda c'è stampato a fuoco il marchio 'mafia'. Tutte le redenzioni e le rieducazioni sono concesse. Tutti i percorsi criminali sono rivedibili. Tutti i cammini possono accedere al reinserimento, purché non ci sia quella macchia che deve tradursi in un silenzio perpetuo, in un 'fine gogna mai'. Ma è una filiera che nasconde a malapena il luccichio della bava alla bocca, dietro le quinte di una indignazione sacrosanta.

Che una compartecipazione di natura mafiosa, a qualsiasi titolo, provochi una netta ripulsa morale, soprattutto nella Sicilia insanguinata da Cosa nostra, è cosa buona e giusta. Liberamente parafrasando: chi, tra i bambini abusati, assisterebbe alla conferenza di un pedofilo sull'infanzia? Se Totò Cuffaro avesse tenuto un simposio sulla legalità o sulla politica, sull'etica, o perfino una prolusione sul suo processo, sarebbe stato logico alzarsi e protestare, proprio in virtù di quel senso di incoerenza e ripugnanza.

Tuttavia, colui che un tempo fu il potente di tutti i potenti era lì per riferire della condizione di chi respira al chiuso di una cella, non per mettere in mezzo altro. Infatti, ai margini di ogni colpa c'è sempre una pena, c'è sempre qualcuno da ascoltare, da raccontare, da salvare nell'essenza della sua umanità. Non c'era la mafia, ad Agrigento, c'era una persona che narrava le trame ingarbugliate e dolenti di altre persone recluse, come lui fu appena ieri. Chi se non un giornalista, uno che scrive di uomini, avrebbe dovuto cogliere la differenza?