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Cancella i partiti e non perde voti
Il capolavoro dell’eterno Orlando


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Rispetto al 2012, un consenso immutato. Merito di un sistema di fedelissimi e delle qualità del Professore


PALERMO - È stato il capolavoro dell’eterno Orlando. Per lui quinto mandato, al culmine della sesta campagna elettorale. Numeri che fanno la storia di Palermo. E ai quali si affiancano quelli del consenso ottenuto in questa tornata: quando sono stati scrutinati quasi due terzi dei seggi, il Professore è al 46 per cento. Il risultato migliore tra tutti i candidati sindaco nei capoluoghi di Regione. Unico a centrare la vittoria al primo turno.

Quel 46 per cento, però, dice molto di più di quanto si pensi. E in questo senso va aggirata la tentazione di guardare quei numeri nell’orizzonte stretto della cronaca più fresca, cioè come una fotografia in cui Orlando ha staccato i suoi rivali di oggi. Quel dato, invece, va osservato a ritroso. Come una pellicola da avviare in modalità “rewind”, per giungere fino al 2012. Quando Orlando, al primo turno, ottenne il 47 per cento delle preferenze. Il sindaco uscente, insomma, dopo cinque anni alla guida di una città che logorerebbe – dal punto di vista del consenso e della popolarità – chiunque, non ha perso nemmeno un voto. Anzi.

Orlando ha saputo utilizzare con una mestria da politico esperto, furbo, abituato ai mari in tempesta, ai venti delle polemiche, il potere offerto da un “sistema” che è granitico. Una struttura di persone e associazioni, fedelissimi e simpatizzanti, che non lo hanno mai abbandonato. E che ieri erano lì, a brindare con lui già nei minuti successivi agli exit-poll. C’erano i sempre vicinissimi Giambrone, l’ex assessore Marino, l’altro semprepresente Arcuri, e c’era la sinistra di Giusto Catania e Francesco Forgione. Un mondo che si riconosce in Orlando e nel quale Orlando si riconosce, da solista consapevole che senza orchestra non vai da nessuna parte.

In questi anni, poi, il sindaco uscente non ha smesso di recitare il ruolo del politico, facendo finta di limitarsi ad amministrare. Lo ha fatto, in particolare, nelle vesti di presidente dell’Anci Sicilia, l’associazione dei sindaci a capo della quale ha lanciato spesso le proprie crociate contro la Regione di Rosario Crocetta o contro certi settori della società, come quelli ad esempio rappresentati dalla Confindustria siciliana.

E così, eccolo lì. Forte oggi come ieri. O più di ieri. Al punto da permettersi il lusso di dire al maggiore partito di centrosinistra, il Pd: “Se vuoi venire con me, rinuncia al simbolo”. Il bastone, al quale è seguita la strategica carota, offerta ieri sera a caldo, quando ha riconosciuto l’importanza del “passo indietro” dei Dem. Partito democratico che ieri si è fiondato nel comitato elettorale di Orlando, nelle ore in cui la vittoria era già chiara: c’era il sottosegretario Davide Faraone, il capogruppo all’Ars Alice Anselmo, l’ex assessore regionale Cleo Li Calzi, e c’era soprattutto Giuseppe Lupo, l’ex segretario del Pd che ha sostenuto dal primo minuto l’idea-Orlando, quando tanti erano i mal di pancia tra i dem.

E così, il sindaco che ieri un supporters ha raffigurato, tra i sorrisi di un Orlando felicissimo, come il “Vicerè” di Palermo, si è permesso persino il lusso di litigare in diretta con Enrico Mentana, colpevole, l’anchorman di La7, di aver definito Orlando un candidato “del Pd”. “Non sono del Pd”, ha spiegato un infuriato sindaco. Che prendeva le distanze, in una sala che si popolava di democratici, a poco a poco. Ma non solo. In sala ecco che nella notte della vittoria spuntavano diversi ex esponenti del centrodestra. C’era uno dei berluscones della prima ora come l’agrigentino Michele Cimino, c’era – molto soddisfatto – l’ex schifaniano Pietro Alongi, c’era un ex cuffariano come Salvo Lo Giudice, un altro “democristiano” come Totò Lentini.

E il miracolo di Orlando è stato anche questo. Quello, cioè, di essere stato capace di nascondere, di tenere all’ombra della sua retorica, questi scorci di “palude”, come li definirebbe lui. E di cancellare i partiti, persino dal suo discorso “a caldo”, dopo i primi risultati. Quando il sindaco delle Primavera, figlio della Democrazia Cristiana, esponente di spicco del grintoso giustizialismo alla Di Pietro, affermava che la sua è la vittoria del “civismo”. “Che va oltre i movimenti di piazza che non sanno governare e le stesse impalcature dei partiti”. Che è come dire: questa è la vittoria di Leoluca Orlando. Il suo vero capolavoro.