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MAFIA - CORLEONE

Invocato, atteso e scarcerato
Libero l'erede di Totò Riina


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Foto d'archivio

Il capomafia Giovanni Grizzaffi, erede del capo dei capi, era in cella dal 1993. Possibili tensioni.

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PALERMO - Il giorno che i nuovi mafiosi attendevano è arrivato. Giovanni Grizzaffi, poco meno che settantenne, il 5 luglio è stato scarcerato ed è tornato a Corleone. Ha finito di scontare una lunghissima pena.

In cella c'era finito nel 1993, pochi mesi dopo lo zio, e cioè Totò Riina, il capo dei capi del quale era stato, seppure per un breve periodo, l'erede legittimo alla guida del mandamento.

Su Grizzaffi (figlio di Caterina Riina, sorella di Totò) convogliavano le recenti le speranze dei nostalgici della stagione sanguinaria di Totò u curtu. Speranze, appunto, di un possibile ritorno ai fasti del passato. “Ah se ci fosse Totò”, diceva, ad esempio, Antonino Di Marco, l'insospettabile impiegato al campo sportivo comunale di Corleone arrestato per mafia. Grizzaffi è stato spesso invocato negli anni recenti in cui a molti non andata giù la gestione di Rosario Lo Bue, anziano boss ed erede dell'ala che faceva capo a Bernardo Provenzano. La stessa ala a cui appartiene Carmelo Gariffo, altro storico cognome della mafia corleonese e nipote di Bernardo Provenzano.

Carmelo Gariffo è stato arrestato nel 2016 dai carabinieri del Comando provinciale di Palermo e del Gruppo di Monreale. Era tornato operativo dopo la scarcerazione. A Corleone, però, il più temuto è sempre rimasto Giovanni Grizzaffi. “Gli ho detto, io a come stiamo, avanzo questi e gli ho detto e lo zio Sariddu (Rosario Lo Bue lo sa - dicevano alcuni mafiosi della zona - Oggi domani, esce qualche d'uno, e mi dice a me come siamo combinati?... Picciò voi mi dovete dire io quale risposta gli devo dare a questo cristiano”.

“L'oggi domani” è arrivato. Grizzaffi è di nuovo libero. Chissà se quel mafioso intercettato sarà davvero chiamato a dare conto e ragione sulla gestione del mandamento in sua assenza. Ha saldato il conto con la giustizia. Si spera che il carcere lo abbia cambiato in meglio. La storia giudiziaria ci racconta troppo spesso, però, una mafia mafia dei soliti noti. Gente che entra ed esce dal carcere restando, sempre e comunque, legata al patto d'onore siglato con Cosa nostra.

Bisogna vigilare, dunque. Per capire se Giovanni Griffazzi, classe 1949, possa raccogliere l'eredità di un clan ridotto in macerie, ma che un tempo fu potentissimo. E il potere si tramanda di padre in figlio, ma anche di zio in nipote. Due anni fa si è scoperto che i Riina avevano interessi su 84 ettari di terreno attorno al santuario di Maria Santissima del Rosario di Tagliavia. I terreni, poco distanti da Ficuzza e lungo la strada che conduce a Corleone, sono intestati alla Mensa arcivescovile di Monreale e alla Parrocchia Santa Maria del Rosario. Le microspie captarono la controversia fra Lo Bue e Di Marco sulla gestione del pascolo. Era Di Marco a raccontare al nipote che di mezzo c'erano Giuseppe Salvatore Riina (il figlio di Totò che da anni si è trasferito a vivere a Padova dopo avere scontato la sua pena), Ninetta Bagarella (moglie del capo dei capi) e Franco Grizzaffi (fratello di Giovanni). Le incomprensioni su chi dovesse avere il diritto di pascolo, secondo Di Marco, nascevano dalla contemporanea assenza di Bernardo Provenzano (“Binnu”), Salvatore Riina (“Totò”), Leoluca Bagarella (“Luca”) e Giovanni Grizzaffi. Le nuove leve di Cosa nostra, ancora una volta, mostravano rispetto nei confronti dell'uomo scarcerato da alcuni giorni.

La situazione va monitorata anche e soprattutto in virtù dei contrasti fra i Gariffo egli stessi Grizzaffi. Si erano create due opposte fazioni. C'era chi diceva "appena esce Giovanni", riconoscendo in Grizzaffi l'unico vero capo. E chi commentava con tono sprezzante: “Quando esce Giovanni Grizzaffi di là dentro mi deve venire a baciare pure i piedi”). Infine c'era pure chi manteneva un atteggiamento neutrale: "... e se esce ora l’altro fratello ora, ci sono guai la vedi che, e a noi altri non interessa niente, stiamo qua noi altri nel nostro… nel nostro angolo, perché ora lo sai che, nel duemilaquindici esce quello, Giovanni…”