Live Sicilia

Chi ha votato la legge

Dall’intesa col M5S ai commissari
Province, chi ha “firmato” il flop


Articolo letto 8.354 volte
anselmo, crocetta, governo, pd, Province, riforma, Politica

Tra chi oggi vuole “affossare” la riforma di Crocetta, tanti che hanno votato quella legge.


PALERMO - La riforma è stata voluta dal governo. Rivendicata dal presidente Crocetta. Rimbalzata su tutte le televisioni nazionali. Oggi, in tanti la vogliono cancellare, gettare nel cestino. Reintroducendo anche l’elezione diretta. Il voto. E facendo resuscitare le vecchie, care Province.

Ma questa lunga “non riforma”, iniziata nel 2013, ha diversi padri. E tante facce possono essere associate a questo epocale flop. Persino facce e nomi che oggi sono pronti a mandare tutto all’aria. A cominciare, ad esempio, dallo stesso partito del governatore. Quel Pd che, giusto per ricordarlo, ha votato compatto a favore delle tre leggi che oggi scandiscono questa riforma. Si tratta della legge 7 del 2013 (che si limita sostanzialmente a cambiare il nome delle Province in Liberi consorzi e ad aprire la stagione dei commissariamenti) e delle leggi numero 8 del 2014 e numero 15 del 2015 che rappresenta di fatto l’adeguamento alla legge Delrio.

Ecco, il Pd ha votato ciascuna di queste leggi. Nonostante oggi, in tanti, a cominciare proprio dal capogruppo Alice Anselmo, chiedono il ripristino del voto: “La gente vuole esprimersi”, ha detto. Ma proprio lei ha votato “sì” alle tre leggi. Che toglievano il voto diretto, introducendo quello “di secondo livello” Lei, come il suo gruppo, dicevamo. Dove oggi – e sono emersi chiaramente in commissione Affari istituzionali – sono in tanti a volere il ritorno al passato. Dopo aver approvato tutti i passi di questa non riforma. A guidare la commissione che sta indirizzando le Province verso una “restaurazione”, poi, è il deputato di Sicilia Futura Totò Cascio. Eppure, anche lui ha approvato ad esempio la legge del 2014. E non ha mai votato contro alla riforma che ora si vuole, nei fatti, cancellare.

Insomma, il governo Crocetta, in questi mesi, ha goduto di un ampio consenso. A volte anche quello meno preventivabile. In quei mesi, infatti, si parlava di “Modello Sicilia”. La disastrata riforma delle Province, infatti, porta anche la firma del Movimento cinque stelle. I grillini hanno votato compatti sia alla prima legge, quella del 2013, sia a quella successiva del 2014. Hanno solo cambiato idea di fronte al nuovo testo del 2015, o hanno forse ravvisato decisive differenze tra quella legge e quella dell’anno prima. Su una cosa non hanno cambiato idea: l’abolizione dell’ente che ritengono solo un generatore di nuove poltrone.

Ma i disastri creati dalla riforma mancata di Crocetta sono iniziati anche grazie a loro. La prima norma, l’origine di tutto, è stata votata anche dall’allora deputato Fabrizio Ferrandelli, dai deputati dell’Udc (da Lentini a Firetto a La Rocca Ruvolo), persino da attuali deputati di Forza Italia come Riccardo Savona che però in quei giorni faceva parte del gruppo di Totò Cardinale. Un paradosso nel paradosso, tra i “contrari”, allora, ecco proprio l’attuale assessore alle Autonomie Locali Luisa Lantieri che oggi deve “gestire” nella pratica gli effetti di una riforma nei confronti della quale aveva detto “no”. Un “no” espresso non solo insieme ad altri esponenti dell’opposizione, ma anche di attuali esponenti della maggioranza come il deputato ora nel Pd Paolo Ruggirello e il presidente della Commissione bilancio Vincenzo Vinciullo.

E insieme a chi ha votato la legge, ecco le facce dei circa quaranta commissari scelti dal governo per guidare gli enti. In molti casi funzionari e burocrati chiamati all’ingrato compito. In altri, rappresentanti del governo o riconducibili a precise aree e volontà politiche. Dall’allora capo di gabinetto di Crocetta e oggi direttore generale di Irfis Giulio Guagliano, all’ex assessore all’Agricoltura in quota Udc Dario Cartabellotta, passando per l’altro ex assessore sempre alle Risorse Agricole Rosaria Barresi. Fino all’ex pm Antonio Ingroia, scelto da Crocetta per guidare l’ente di Trapani: “Anche per dare un contributo alla caccia del latitante Matteo Messina Denaro”. A conferma della confusione che ha accompagnato la “non riforma” delle Province. Sulla quale il governo ha messo il suo timbro. Ma accanto a quello, ecco la firma di tanti altri.