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Punture di api, l'Isis e lo sfincione
L'incredibile Festino dei palermitani


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, Palermo

La fila per i babbaluci. La paura delle signore davanti al mare. Il selfie di un'intera città.

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Il taccuino dei festini passati è una sciarada di volti ed emozioni che non torneranno più. Da bambini, sotto i fuochi, sul balcone di una casa patrizia. Stelle che si aggiungevano alle stelle. Pezzi multiformi di rosticceria per soddisfare i bisogni materiali, una volta espletato il rito della bellezza. E una meraviglia in bianco e nero che non si saziava mai. Non ha colori la velocità con cui vivi l'infanzia solo per perderla. E lineamenti che sarebbero finiti a prendere polvere in un cassetto, vestiti buffi dal colletto rialzato. E parole rotolate negli angoli solo per essere dimenticate. Sono lì, saranno lì. Ma non saranno riportati alla vita, né le immagini, né i sussurri. Troppo forte risulterebbe la scossa dell'amarcord.

Il taccuino del festino presente è il consueto viaggio nella pancia e nel cuore di Palermo. Quando ancora i selfie non erano stati inventati, qui c'erano riflessi da condividere e gesti social. C'era la bacheca di una umanità rassegnata, eppure mai doma.

Due sono le specie che si contendono l'inizio della storia in via Maqueda: i residenti e i camminanti. I primi somigliano a stazioni che punteggiano il transito, per caso o per destino. Gli sposini che grondano di scatti e di sudore davanti al Massimo e rimangono incollati, occhi blu negli occhi castani, molto dopo l'invito del fotografo a mettersi in posa. Gioele che vorrebbe salvare i bambini del mondo, perciò ti invita alla sosta, all'ascolto e svela che da grande gli piacerebbe fare il giornalista. Il pittore di bei paesaggi che tanti osservano e pochi acquistano. Un uomo e una donna procedono nell'incanto sul Cassaro, tra squarci di cielo azzurro e tanfo di urina. Lui va, provato dalla canicola, spingendosi su una sedia a rotelle. Lei gli regge la mano, per indicare la rotta. Lascia a lui la libertà della fatica, ponendosi, lei, come direzione e conforto. Nella busta di plastica attaccata alla spalliera della carrozzina: bottiglie e crackers per la fame e la sete da lì a poco.

In basso, i catoi del popolo, con le persiane socchiuse, rivelano televisori, suppellettili e frigoriferi che eruttano bibite per i turisti. Qualcuno si industria, rivendendo acqua ghiacciata e aranciate per uso domestico, mentre la nonna mangia un piatto di spaghetti con la salsa, seduta a tavola. In alto, le imposte lasciano intravvedere i quarti nobiliari delle antiche dimore palermitane. Affreschi, stucchi, specchiere, vasi antichi e scene sfarzose mescolate alla penombra. E capisci che la municipalità si è riversata all'interno delle abitazioni, tralasciando la strada. La città va verso dentro, non si esibisce fuori, in una forma di riservatezza che è già negazione di percorsi in comune.

I camminanti previdenti, lentamente, prendono la residenza sulle panchine, sui gradini, su sporgenze di pietra, circondati da selvatiche siepi urbane. Alle sei del pomeriggio, sono già piazzati lì e non si schioderanno. Leggero tremito d'amarcord. Sulla soglia di un negozio siede Matteo. Era un ragazzo, un ex qualcosa, ospite dei bacini di mille precarietà che non lo hanno mai condotto all'approdo di un sussidio. Aveva una mamma pazza e si picchiavano. Ora che lei è morta, col suo amore complicato e unico, Matteo scuote la testa cupo, copia perfetta di una completa infelicità.

Radio-Carro avanza ipotesi su ipotesi, via via che la sera scende e il cammino della Santuzza si compone di storie, di volti, di luci. Dove sarà mai giunto? Qualcuno telefona e si informa con i parenti in zona Cattedrale: è partito? Dove saranno sindaco e cardinale?

Davanti al mare del Foro Italico, le voci si confondono col caldo. E fioccano i racconti. Giuseppe Faia viene qui da 54 anni con una bancarella di dolciumi, da quando – bambino – assisteva il papà, Giovanni, che gli trasferì mercanzia e mestiere. “Secondo me – dice – u' fistinu è cambiato in peggio. Prima durava di più, era più spettacolare, era una vera festa. Ora ci accontentiamo. Siamo qua da stamattina, per noi è pane”.

Sull'asfalto bollente, Totò Valentino suda, smuovendo il carretto con lo sfincione. Stava per non esserci: “A pranzo – spiega – mi ha punto un'ape. Non sto proprio benissimo. Ma ho due figli, non potevo assentarmi. Mi arrangio come posso e dobbiamo andare avanti. La Santuzza ci protegge”.

A qualche passo dal mare, le signore Silvia, Concetta e Pina attendono il compimento con stoicismo e le sedioline pieghevoli trascinate da casa. Sono cortesi, guardinghe: “Scusi, lei chi è? Siamo sicuri che è giornalista? Con tutte le cose che si sentono: gli attentati, l'Isis...”. E' Silvia a rilasciare il lasciapassare: “U' canusciu non è dell'Isis. Ma che vuoi figghiu miu, con le porcherie che ci sono”. Queste dolcissime signore non si perdono un appuntamento con la Santuzza. “Da trentacinque anni, ormai”, chiosa Silvia, mentre Pina osserva con una punta di inemendabile sospetto.

Presidente Bellusconi, mancia i me pollanchi e vinci le elezioni... Illary Blasi, mancia i me pollanchi e poi mi vasi”. L'eco del venditore di pollanche è registrato, per un minimo omaggio alla tecnologia. Alla Kalsa si divorano tonnellate di babbaluci, per accedere alla consumazione si stacca il numerino come alle Poste. Acqua per terra. Sudore. Urina. Rapidi squarci di cielo. Intanto, ai Quattro Canti, Leoluca Orlando ha già gridato: “Viva Palermo e Santa Rosalia. Palermo, ti amo”, col piglio e il vigore di un ragazzino.

E sgocciola una malinconia da fine della festa al ritorno, mentre si attendono i fuochi col naso all'insù. Dove saranno i volti e le parole di ieri, i volti che vorremmo stringere, le parole che vorremmo pronunciare?

Da un balcone si affaccia una bambina con un cerchietto di fiori, saluta la folla con la mano. Ha gli occhi blu, i capelli biondi. Sorride. E' lei la Rosalia che sarà, la pagina nuova da scrivere, la nostra speranza contro la peste sempre in agguato. Lei, il taccuino dei festini futuri.