Live Sicilia

Il commento

E fu così che la Sicilia
segnò il trionfo dei grillini


Articolo letto 57.441 volte

I dilemmi su Misuraca. I cuffariani. E una certezza: andrà peggio. (dal 'Mattino' di Napoli)

VOTA
5/5
1 voto

Sia chiaro: chiunque vincerà le prossime elezioni regionali in Sicilia avrà la responsabilità di indirizzare il futuro politico d’Italia. Ma sia chiaro, comunque, un altro fatto: il successore di Rosario Crocetta – il più incredibile tra i politici del pittoresco meridionale – non potrà che fare peggio del proprio predecessore. Andrà dunque male per la Sicilia, malissimo – quindi – per l’Italia.

La Sicilia è importante in ragione della geografia; è ben più che una regione tra le tanti, ai vertici delle Istituzioni – al Quirinale con Sergio Mattarella, alla presidenza del Senato con Pietro Grasso – ci sono due palermitani e però la Sicilia non è nelle condizioni di reggere un assetto istituzionale derivato da regolari elezioni, per giunta amministrative, giocate da un personale politico locale troppo provinciale se poi il confronto interno all’area moderata viaggia su un dilemma: se candidare la moglie di Misuraca, Barbara Cittadini, o il marito della moglie di Misuraca, il Dore.

Sia chiaro, candidati non ne mancano. Il sito Livesicilia, con un articolo di Riccardo Lo Verso, ha già segnalato che quelli che si disputano il ventre moderato – indifferentemente dal centro-destra, come dal centro-sinistra – sono tutti cuffariani. Misuraca, tanto per cominciare, fu assessore al Turismo nella giunta di Governo di Totò Cuffaro. E così Roberto Lagalla che, prima di diventare rettore a Palermo, fu assessore alla Sanità. L’assai quotato Giovanni La Via, quindi – prosecutore dell’operato di Cuffaro nell’Agricoltura – ne porta il crisma. E Giampiero D’Alia, infine, oggi indicato da Matteo Renzi in alleanza con Angelino Alfano, fu compagno di partito e ha anche avuto, proprio da Cuffaro in persona, una menzione speciale: “L’ultima volta che mi sono interessato è stato quando, nel 2008, ero già stato condannato in primo grado, e da capolista al Senato ho fatto sì che la Sicilia fosse l’unica regione dove l’Udc superasse il quorum ed eleggesse tre senatori tra cui lo stesso D’Alia che era dopo di me”.

Sia chiaro: Cuffaro è una spanna sopra tutti e potesse candidarsi, oggi, verrebbe eletto a furor di baci e ne avrebbe beneficio la politica incapace di trovare risposte vere alla realtà di un disastro. Tutti, infatti, con la complicità dei leader nazionali, s’interrogano sullo 0,007 da spostare al centro-destra o al centro-sinistra e non c’è nessuno – con l’irresponsabile mercato dei partiti, a Roma – che dia conto dei fatti veri.

Tutti primi al traguardo della gara elettorale – tutti col ditino alzato, Salvini sì, Salvini no – e nessuno pronto ad affrontare la dura verità. Eccola: come risolvere il problema dei flussi migratori, tutti sugli scogli di Lampedusa; come venirne a capo delle discariche; come fare con quella macchina sforna disoccupati qual è “la formazione” gestita dall’ente regione; come fare aggiustare i conti, tutti in dissesto; come sbrogliare il manicomio delle province, sciolte per finta da Crocetta all’Arena di Massimo Giletti e poi riaperte in punto di legge, con tutto quel togliere e mettere di presidenti, commissari, funzionari, impiegati, stradini, bidelli, precari, sotto-precari e aspiranti precari.

Questo è lo scandalo. Si mette tra parentesi la vita dei cittadini e l’algebra del potere si riformula col bilancino del gioco elettorale a beneficio del Renzi che verrà o dell’Alfano che sarà. Nessuno, poi, ha memoria: fu D’Alia, infatti, a volere Crocetta alla guida del centrosinistra ma si accende la campagna elettorale e il troppo di clientele, il troppo di parassitismo, il troppo di troppo sottosviluppo – segnacoli del malaffare – impazza nella maionese della retorica.

Come prima, più di prima. Una è stata quella dell’antimafia. E’ quella che è andata a generare la mafia dell’antimafia, ovvero un grumo di potere invincibile con cui – sotto l’ombrello della legalità – tante foglioline di fico sono andate a prestarsi all’impostura di governi ben più imbarazzanti del peggior cuffarismo: come Antonino Ingroia, l’ex Pm, alloggiato nel sottogoverno di Crocetta, o – indietro nel tempo – come Caterina Chinnici, eventualmente prenotata oggi per la candidatura alla presidenza per conto del centro-sinistra, appena ieri assessore nella giunta di Raffaele Lombardo, che partì con un governo “dei magistrati” e finì sotto processo per mafia.

Come prima, più di prima. Nella retorica. Come quella dell’indignazione – la benzina da cui il Movimento Cinque Stelle attinge la sua ruggente avanzata – dove necessiterebbe la sostanza più che la facile propaganda. A tagliare i vitalizi, per come promette Giancarlo Cancelleri, il candidato alla presidenza dei grillini, la Sicilia ne ricaverebbe un risparmio definitivo di sedici milioni di euro.

Sia chiaro: sedici milioni di euro sono solo un mese di spreco delle inutili partecipate regionali. Il famoso dito che non guarda la luna, quella che a ogni mese reclama un salasso di sedici milioni. Chiunque vincerà si farà tanto male con la Sicilia, per farsi malissimo dopo, a Roma.