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L'analisi

La politica non esiste più
Resta solo l'Opera dei Pupi


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candidati, elezioni, regionali

"Una folla di personaggi recita, a soggetto, nei talk show televisivi, come in un grande teatro".

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Storico, docente universitario, giornalista e autore di diversi volumi sulla Sicilia, il professore Salvatore Costanza inizia oggi, con questo articolo, la collaborazione con Live Sicilia

Dismessi i “vestiti di scena”, un tempo rappresentati dalle cosiddette “ideologie politiche”, i candidati (più o meno candidi) del prossimo rodeo elettorale si presentano sotto futili, transitorie, insegne, con la propria effige stampata in formato gigante, ché nemmeno Napoleone (o chi per lui) aveva pensato di raffigurarsi con tanta imponenza. Fuori da quella ipocrisia ideologica che ornava la virtù dei vecchi politici, specie della Sinistra pseudo marxista, che serviva a farli transitare, da proletari, ad uno status più o meno affluente di borghesi, va riconosciuto ai candidati di oggi il merito della sincerità: Votatemi, perchè sono io.

La competizione elettorale è perciò affidata, non più al prestigio politico, ma al fai da te degli affari del sottobosco istituzionale, al clientelismo (nemmeno “virtuoso” di un tempo), se non proprio alle mafie di vario conio, quelle che sfuggono al controllo degli organi di polizia e della finanza perché vivono nelle viscere del senso comune, che fa sempre paura al buon senso, che sta nascosto, come ricordava Manzoni.

L’operazione che ha trasformato natura e funzioni della nostra classe dirigente non è stata indolore, perchè ha attraversato le tappe più o meno convulse della “resa dei conti” nei partiti: l’emarginazione, o la fuga, degli intellettuali – nel PCI dopo le purghe togliattiane e i fatti d’Ungheria, – e l’ascesa del doroteismo fanfaniano nella DC.

Le ultime fasi di un tale processo si sono chiuse, emblematicamente, con il sacrificio di Aldo Moro (1978), e la morte di Enrico Berlinguer (1984), che aveva posto la “questione morale” al centro dell’impegno politico del suo partito.

Poi, il salto nella notte buia della seconda Repubblica. Arroganza del potere, e contiguità mafiose con esso; dominio finanziario delle banche e dei molteplici succedanei delle stesse a sostegno di politici e affaristi; la linea della palma di sciasciana memoria che si alza dalla Sicilia fino al Nord-Italia; la necròsi dell’Autonomia siciliana, e la grande letteratura del secondo dopoguerra – Quasimodo e Vittorini, Brancati e Borgese, Sciascia e Tomasi di Lampedusa – estenuatasi nell’ambiguo sicilianismo dei gialli di Camilleri e delle finte positività di Savatteri.

L’estrema, paradossale, personificazione della lotta politica ha creato una folla di personaggi che recitano, a soggetto, nei talk show televisivi, come in un grande teatro dei Pupi. C’è Orlando furioso e sgarbato, Astolfo dalla lingua lunga, la bella Angelica e la Marfisa bizzarra, Rodomonte, strenuo combattente contro i Mori, e Agricane, sempre in campo. La parte del cantastorie è affidata a Grillo e al coro dei grillini (in seguito, demaiolini?). La straordinaria analogia con l’Opera dei Pupi (che traggo dai salaci conversari di un mio amico) non entusiasma però il pubblico disincantato, che potrebbe astenersi, in massa, dal partecipare ai prossimi ludi elettorali.

Fenomeni di corruttela e scandali, clientelismo e mafie di vario genere, costituiscono il sedimento opaco della nostra democrazia. E una folta schiera di studiosi di patologia sociale ne ha analizzato da un secolo e mezzo in qua, con rigoroso impegno civile, le forme e i caratteri da subcultura. Fino ai fervori ideali della Costituzione del 1948, che parve aver reimpostato i flussi del vivere civile della nostra comunità sulla base dei princìpi di giustizia e libertà.

Se il valore della nostra Costituzione repubblicana può ancora avere un senso, è nella auspicabile, e pur difficile, spinta alla rigenerazione della vita pubblica, che vi è suggellata. Ed è auspicio, questo, che dovrebbero raccogliere, con estremo vigore di civile competizione, le nuove generazioni.