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Il Consiglio dei ministri

Impugnata la legge sulle Province
Elezioni e sindaci: adesso è caos


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La norma prevedeva il voto dei cittadini. Resta in vigore, ma è a rischio incostituzionalità.


PALERMO - Il caos è servito. La presidenza del Consiglio dei ministri ha impugnato l’ultima legge di riforma delle ex Province. Si tratta di quella che, per intenderci, reintroduce il voto diretto per i presidenti e i Consigli dei Liberi consorzi, approvata dall’Ars pochi mesi fa. Una legge che prevedeva anche la decadenza dei sindaci metropolitani in carica e, di fatto, la rinascita della Province così come le conoscevamo fino all’inizio di questa legislatura, quando il presidente della Regione Crocetta, in tv, ne annunciò l’abolizione e il conseguente commissariamento.

Sulla base dell'ultima norma approvata dall'Ars in agosto, nei giorni scorsi il governatore aveva annunciato il commissariamento delle città metropolitane: di fatto sancendo la decadenza di Leoluca Orlando, Enzo Bianco e Renato Accorinti dal ruolo di guida del “nuovo” ente. “La legge me lo impone, non posso fare altro” ha spiegato Crocetta.

Ma l’impugnativa decisa dal Consiglio dei ministri trasforma la vicenda in un intreccio legislativo e normativo difficile da sciogliere. L’impugnativa, infatti, equivale a un ricorso che lo Stato avanza nei confronti della Corte costituzionale, intravedendo nella norma appunto dei passaggi che non rientrerebbero nell’alveo della Costituzione. Un ricorso, quindi. Che non annulla gli effetti della legge impugnata. Legge che rimane in vigore fino a una eventuale pronuncia di incostituzionalità da parte della Consulta.

L’unico modo per ovviare a questa confusione, sarebbe stato un passaggio dall’Ars, per la ‘correzione’ in corsa della legge, sulla base di quanto previsto dall’impugnativa. Una scelta comunque di natura politica, che si sarebbe tradotta nella decisione del parlamento siciliano di prendere per buoni tutti i rilievi di un altro organo politico come è appunto la presidenza del Consiglio dei ministri. Ma l’Ars ha chiuso i battenti. Non c’è più attività legislativa. E a questo punto, a prendere in carico la questione dovrà essere il governo e l’Ars che verranno: tra elezioni e insediamento effettivo, non se ne parlerà prima di dicembre. Le elezioni “impugnate” erano state previste invece per febbraio. Insomma, pochi giorni dopo l’insediamento di parlamento e di esecutivo dovrebbero partire le operazione propedeutiche al voto. Un voto che potrebbe poi però essere inficiato, appunto, dalla pronuncia della Consulta che potrebbe giudicare incostituzionale la norma.

“La decisione del Consiglio dei ministri - afferma in una nota il presidente dell’Assemblea regionale siciliana, Giovanni Ardizzone - rimette ordine, anteponendo, come è giusto che sia, le istituzioni ai fini non nobili che in maniera trasversale, dal centrodestra al Movimento 5 stelle, ma anche con pezzi del centrosinistra, si volevano perseguire. Quello messo in piedi era un evidente obbrobrio giuridico che avrebbe definitivamente pregiudicato gli interessi della collettività piegandoli alla semplice governance. Un atto di un trasversalismo unico al quale mi sono volutamente sottratto perché le istituzioni vengono prima. Tiriamo, comunque, un sospiro di sollievo – conclude Ardizzone - perché nonostante tutto rimangono le tre Città metropolitane, grazie al cui riconoscimento sono stati sottoscritti i Patti per il Sud”.