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La polemica

Queste orrende elezioni siciliane
Nemmeno le lacrime si salvano


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La morte di un figlio. La memoria trascinata nella competizione. L'incapacità di essere rispettosi.


Colui che perde un figlio assume una fisionomia immediatamente riconoscibile, pure nella vastità del dolore umano. Lo sguardo non è più acceso come prima; qualcosa l'ha spento. Gli abbracci di consolazione recano un po' di calore, forse, ma sembrano ispidi e taglienti, cocci di bottiglia, quando la solitudine regna irraggiungibile. E non c'è carezza che non versi sale sulla ferita nel suo rassomigliare all'amore smarrito.

Non si vive più, si sopravvive con coraggio. Non si respira più, si mendica aria. Talvolta, non si ama più, si riallineano invano le tessere di un cuore sbriciolato. Ti senti colpito, oltre ogni possibile soccorso degli angeli e di Dio. Il bambino che hai visto crescere non chiuderà i tuoi occhi, se tu hai chiuso i suoi. La tenerezza del passato, l'orgoglio del presente, la speranza del futuro: tutto viene divorato dalla profondità del lutto.

Nello Musumeci, candidato del centrodestra per Palazzo d'Orleans, ha perso suo figlio Giuseppe, stroncato da un infarto, come è noto. In questi anni – dobbiamo riconoscerlo – mai ha usato il suo strazio per ottenere generale empatia o mediatica condiscendenza. Lo ha tenuto gelosamente per sé, come evento esclusivamente privato. Che si è manifestato in una malaugurata ostensione pubblica, per via di un goffo e rozzo incidente di percorso.

La polemica è di qualche giorno fa, ma le sue scorie non hanno smesso di bruciare e avvelenare l'ambiente. Giancarlo Cancelleri, competitor grillino alla medesima poltrona, nel replicare ai pressanti inviti di un giornalista che gli chiedeva perché il M5S avesse votato il tanto vituperato Musumeci per la carica di presidente dell'Antimafia regionale, ha risposto che quella scelta fu dettata dal “momento di difficoltà della sua vita personale (...) Era giusto dargli anche uno scopo”. Ed è apparso evidente, pure per la successione temporale – e finora non ci sono state smentite di sorta, ché le sottoscriveremmo con sollievo – il riferimento alla prematura fine di Giuseppe. Come per ombreggiare - è l'interpretazione più immediata, altre sarebbero benvenute - che quella nomina non fosse un riconoscimento meritato, ma il frutto principale della compassione, della pietà, dell'indulgenza. Una diminutio. Uno schiaffo alla dignità del destinatario.

Magari Giancarlo Cancelleri non avrà voluto mancare di delicatezza. Magari quella frase infelice gli sarà scappata, nel susseguirsi della foga di una competizione orrenda che ha mostrato i lati peggiori di tutti, nessuno escluso, in una trama incrociata di insulti, provocazioni e contumelie. Magari, appunto, perché certe indicazioni sugli impresentabili, con relativo mascariamento, hanno sottolineato una recidiva approssimazione e qualche refuso di troppo, a essere gentili: aggettivo che va di moda soltanto a chiacchiere.

Resta, tuttavia, il superamento di un limite invalicabile. La commistione di un evento tragicamente intimo con la bagarre al retrogusto di voto che è divampata e che ha posto la cara memoria di Giuseppe Musumeci sullo stesso piano degli appetiti per un assessorato. La luminosità di un ricordo mischiata con la risacca torbida che ogni elezione, inevitabilmente, porta con sé. Il mutismo dell'indicibile declassato al chiacchiericcio da bar che ha tracimato fin dentro la quiete di un sepolcro.

Così, questa profana campagna elettorale di Sicilia, già vuota nei contenuti, si è mostrata ancora più vacua e incapace di sentimenti normali perfino al cospetto della condizione umana più disumana che c'è: la devastazione di un genitore. E niente è stato risparmiato, nella rozzezza che si trasforma in indecenza. Nemmeno le lacrime inghiottite in silenzio davanti al corpo dell'amatissimo figlio che un padre teneva in braccio.