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Mafia, Palermo

Il boss muore nel giorno di Riina
Se ne va un altro 'grande vecchio'


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Da sinistra Giovanni Lipari e Gaetano Lo Presti

Giovanni Lipari (in foto a sinistra) scontava l'ergastolo per l'omicidio del cantante Pino Marchese

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PALERMO - Se ne va un altro pezzo grosso della vecchia mafia. Giovanni Lipari, classe 1928, boss di Porta Nuova, è morto per una malattia che lo affliggeva da anni. Una malattia per la quale gli erano stati concessi gli arresti domiciliari nonostante una condanna all'ergastolo. Il destino ha voluto che morisse lo stesso giorno di Totò Riina.

Nel 1982 fu nella sua abitazione che fu commesso uno dei più efferati omicidi di Cosa nostra. Il cadavere del cantante neo melodico Pino Marchese fu trovato incaprettato con i genitali in bocca dentro il bagagliaio di una utilitaria posteggiata in piazza Indipendenza. La sua colpa, secondo il Tribunale sommario della mafia, era stata quella di avere insidiato la sorella, sposata, di Giuseppe Lucchese, capomafia della borgata di Ciaculli.

Di lui si tornò a parlare nel 2008, l'anno del blitz Perseo che bloccò sul nascere il tentativo di convocare la commissione provinciale di Cosa nostra, inattiva dall'arresto di Riina. Pur senza ricoprire cariche formali, Lipari era il grande vecchio a cui si rivolgevano i boss della nuova generazione. Era normale che fosse così vista la sua caratura: era stato, infatti, reggente del clan agli ordini di Pippo Calò. E così Lipari dava consigli sulla gestione del clan e metteva la pace quando c'erano tensioni. 

Ma è nelle faccende più delicate che il suo parere diventava quasi vincolante. Come quando diede il benestare alla direzione operativa del mandamento mafioso a due Lo Presti, prima Tommaso e poi Gaetano. Quest'ultimo decise di togliesi la vita.

Erano i giorni successivi al blitz Perseo. Gaetano Lo Presti aveva 52 anni quando fu trovato impiccato nel carcere di Pagliarelli a Palermo. Un gesto, il suo, forse da collegare alle intercettazioni che lo riguardavano. Con altri boss si era vantato di avere l'appoggio di Giuseppe Salvatore Riina - figlio del capo dei capi - per la rifondazione di Cosa nostra. Era stato però smentito da un altro boss, Nino Spera, il quale sosteneva che il piccolo Riina, sottoposto a sorveglianza speciale "era fuori da tutto", e per volere della madre "non doveva impicciarsi".