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Buttafuoco

Una vita tra fede e speranza
Il libro di Totò Cuffaro


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"La figlia delle monache". La presentazione al Don Bosco Ranchibile.

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Lunedì prossimo (lunedì 11) si presenta l'ultimo libro di Totò Cuffaro "La figlia delle monache" edito da Spazio Cultura. La presentazione si terrà al Don Bosco di via Libertà a Palermo alle 17. Interverranno, oltre l'autore, Vittorio Sgarbi, Silvana Grasso. Pietrangelo Buttafuoco firma la presentazione dell'opera che qui riproduciamo.

La porta della sofferenza è la fede. Ed è così che la sofferenza porta alla forza. E non il contrario. Al di là di quell’uscio – una casa conclusa tra mura invalicabili e perciò caduche – c’è un orizzonte infinito, quello dell’Eterno, il cui pedaggio è altrove, oltre la clausura, oltre lo stesso oblio in cui precipita chi è dimenticato dagli uomini. Come per il romito, così per il prigioniero. La porta della sofferenza è la fede e la forza che ne deriva rende invincibile perché ogni prova, sia pure inaudita, è il marchio con cui l’Altissimo segna le esistenze destinate alla luce.

Nessuno è solo con se stesso, nessun muro può separare una carne dal tutto e finché c’è parola – il Verbo – c’è Misericordia. E’ ispirata da una grande fede questa storia. Una fede forte che da parola alla sofferenza. E’ una storia, quella che vi si racconta, strana, bizzarra, diremmo anacronistica. Si svolge tutta dentro le mura di un monastero di clausura in Sicilia. Un mondo altro, parallelo, apparentemente incomprensibile a chi vive “nel” mondo, e mai si sofferma a pensare a quello. Un mondo dove il silenzio scandisce le giornate, il tempo pare essersi fermato, le notizie da fuori quasi non arrivano, né le contrarietà e i disagi della quotidianità. Una vita sempre uguale dove la rinuncia è liberazione. Il sacrificio è dono e la preghiera, ricompensa scandita dalle orazioni e dalle attività che riempiono le giornate delle suore, è il ritmo in cui si specchia il cosmo. Una vita sempre uguale nella quale irrompe un evento che ha del prodigioso: il vagito di un neonato.

Una piccola creatura viene abbandonata da mani ignote – o forse pietose? – fuori dalla porta del convento e quello strillo squarcia il tempo inesorabile del convento. Tutte le donne ivi presenti nel richiamo della vita, in un istante diventano tutte mamme per una piccola orfana. La storia è tutta qui. Quasi impercettibile, delicata, raccontata dall’unico estraneo ammesso al convento, da una legge che affonda nella notte dei tempi. Solo lo Jefe può entrare. La vita di fuori subisce il fascino di quel mondo altrimenti inimmaginabile. La vita di dentro ha una forza invincibile.

E’ quella della fede che avvolge e vivifica ciò che tocca. Ma anche la vocazione vissuta dalle suore – spose di Cristo e figlie predilette di Dio – subisce una miracolosa deviazione per plasmarsi con naturalezza nell’accoglienza della nuova venuta che diviene la prediletta di ognuna. Come nelle favole dove le fate fanno alla principessa ciascuna il proprio dono, così le monache regalano alla piccola i loro doni: fantasia, poesia, musica, abilità a inventare fiabe, filastrocche e canzoni. E poi un sentiero: la direzione di preghiera che porta la bimba al padre più soccorrevole, Iddio l’Altissimo. La piccolina, trovatella, trova nella monache delle mammine vestite di velo pronte a trasfigurarsi per lei, orfana di madre, in fate danzanti rese leggere dall’amore. Grazie a loro la bimba prende per se stessa una storia senza tempo.

Una bambina senza identità – senza burocrazia, senza scuola, né famiglia, senza obblighi, né leggi – ruzzola felice in un giardino che a primavera si riveste di gemme mentre in autunno, apparecchiando i colori più tenui, si erge a scudo rispetto alla vita di fuori il cui rumore arriva così smorzato da non essere udibile. Il giardino è l’Eden di una indefinita età dell’innocenza. Un mondo ovattato – apparentemente al riparo da qualunque dolore – su cui veglia ordine e bellezza. Le fatine, le suore mammine che gareggiano nel dar cure alla bimba, hanno nella Madre il centro propulsore di questa architettura tutta di armonia. Su di lei il tempo sembra essersi posato lieve e delicato come il volo di una farfalla. La Madre ha vissuto cento primavere, si avvicina con gioia all’incontro con il volto divino di Gesù, la sua saggezza è un distillato di preghiera e però tutto – anche per lei, gravata dal peso di una certezza immacolata – sembrerà vano e sterile quando il dolore entrerà nel convento.

La bimba ride, gioca, cresce ma è tratta da una subitanea malattia e la sofferenza, in quell’Eden, diverrà l’artiglio che lacera i cuori di tutte le mammine stordite da quello spavento. Il giardino, improvvisamente, si spoglia di tutti i suoi boccioli e nel tempo sospeso di patema e morte, il vuoto che dilaga in quel che appena poco prima era festa, con la Croce della sofferenza – nell’angoscia di un urlo infinito quando un oceano di lacrime – in virtù di quel Calvario suscita la gemma della Resurrezione. E’, questo libro di Totò Cuffaro, qualcosa di più di una storia di grande fede. Insegna – è vero – a vedere nel dolore l’amore di Cristo, come nella croce che spesso gli uomini devono imparare a portare, ma questo romanzo scritto in captivitate aiuta a liberarsi dalla paura, ad ascoltare, nel silenzio, la voce della propria anima, e nel sapere vivere il dolore fino agli estremi spasimi del dubbio attraverso i quali fabbricare l’arte più temuta eppure più urgente: quella di saper piantare il seme del sorriso nella vita. “La fede implica una sterminata riserva di risorse”. La porta della sofferenza è la fede. La ricompensa all’uomo del suo patimento è il supplizio ed è in ciò la chiave del mistero della vita. Una quotidiana resurrezione proprio quando la vita non trova pace. La storia che si racconta è lo specchio di una vicenda personale di grande sofferenza vissuta con cristiana rassegnazione. Lo Jefe, sono portato a pensare, è lo stesso Totò. Un uomo che ha vissuto nel mondo di fuori la vita dell’impegno politico in una terra dove i contorni non sono mai netti, dove la zona grigia lambisce rapporti e penetra negli anfratti più nascosti, dove le vicende degli uomini sono fatte di carne e sangue e niente è come appare.

Il monastero è metaforicamente il carcere. E’ il luogo dove Totò, un tempo l’uomo tra i più potenti, sta scontando con la dignità propria di un bimbo reso forte dalla Madonnina una condanna definitiva. Lì il tempo scorre lento, appiccicoso come il miele degli alveari, le gerarchie si annullano e spazi angusti vanno divisi con un cameratismo ignoto al mondo fuori. Lì dove è impossibile avere uno spazio per la propria intimità Totò è riuscito a fare della sua croce un tempo di rinascita: ha saputo trovare silenzio e raccoglimento dove tutto è clamore e promiscuità. Ha trovato amici di sventura, quelli che noi del mondo di fuori siamo portati a guardare in un istante di commiserazione e a cui lui, invece, - bimbo reso forte dalla Madonnina – offre la fraterna solidità dell’amore per il prossimo.

Nel carcere è morto l’uomo di potere ed è nato – col bimbo reso forte dalla Madonnina – l’uomo di fede. Il dolore lo ha attraversato e vivificato, la paura lo ha imprigionato ma la speranza, ogni giorno, primavera dopo primavera, vince. La clausura di Totò non è stata una scelta – come è chi entra in un monastero perché risponde ad una misteriosa chiamata assurda al giudizio dei più – la vita del carcere è segregazione forzata della persona, umiliazione del corpo da cui Totò ha saputo trarre la liberazione dell’anima, capace di volare dietro le sbarre anche attraverso la fatica della scrittura cui lui affina garbo e grazia. La forza della sua fede è quella che la storia ci racconta. Penetrare il mistero della vita, invece – con le sue svolte impensabili, i suoi colpi di scena – è un viaggiare nel meno prevedibile, nella caduta rovinosa e l’immane coraggio che avvia a una salita aspra e faticosa. Al prezzo di lacrime la cui trasparenza è sangue, non tenerezza, eppure all’insegna del riscatto. Riaccendere la luce che era stata smarrita nelle tenebre più profonde, quando l’uomo vacilla e il silenzio della sua solitudine diviene insostenibile, restituisce la vita.

La fede centuplica le poche umane risorse e permette di valicare montagne di dolore. Dare ordine alle cose, tenerle in ordine, comprendere l’essenziale, vivere in una cella, sentire il soffio di Dio, sbarrare gli occhi di fronte al buio e lì, nella cella di mura invalicabili e perciò caduche, trovare la luce: questo è il senso di una letteratura in captivitate. Il vagito di una creatura, il sorriso di un bimbo, l’innocenza che torna a vestire le carni perché quella figlia – l’esistenza bambina di chiunque soffra – è la carne tutta di dolcezza di chi, come Totò, non ha mai smesso di starsene a mani giunte di fronte alla fatina, alla mammina, alla Madonna rispetto a cui nessuno, nemmeno il mistero del Dolore, può mai dirsi orfano.