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L'analisi

Gianfranco accende, Nello spegne
Presidenti così vicini, così lontani


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Musumeci sceglie il profilo basso, Miccichè i fuochi d’artificio. Sembrano uno l’opposto dell’altro. È davvero così?


PALERMO - Sono vicini di casa. E i “loro” palazzi si affacciano entrambi su Piazza Indipendenza. Le cose in comune, tra Nello Musumeci e Gianfranco Micciché sembrano fermarsi qui. Il governatore e il presidente dell’Ars si sono seduti sui poli opposti del linguaggio e del fare politico. Uno, il coordinatore di Forza Italia, infatti, è impegnato ad accendere fuochi, quasi ogni giorno. L’altro, il politico catanese, a spegnerli. A segnare una distanza che è anche una potenziale incompatibilità, quando quella piazza andrà attraversata, in un senso o nell’altro, per trattare dei tanti “fatti comuni”.

Eppure, il presidente della Regione e la nuova guida di Palazzo dei Normanni sarebbero anche degli alleati. Il primo, ha messo sul piatto l’affidabilità e l’autorevolezza di un candidato che ha convinto tanti siciliani. Il secondo, ha guidato con successo la “nuova” macchina di Forza Italia, portando in dote al deputato di destra, una bella massa di voti.

Fatto ciò, però, le strade sembrano subito essersi divise. Il governatore, al “battesimo” della sua giunta ha scelto, ad esempio, un sobrio “vi stupiremo, ma ora lasciateci lavorare”, congedando senza troppe cerimonie i cronisti che attendevano qualche parola in più. Gianfranco Micciché, invece, ha atteso che giungesse a compimento la faticosa gestazione della sua elezione a presidente, ostacolata dai franchi tiratori della maggioranza, poi, quasi liberato di un peso, ha acceso i fuochi d’artificio.

A cominciare dalla scelta di cambiare funzione (e forse il nome) alla commissione Antimafia, che “così come è, non serve a molto”. Peccato che a guidare questa commissione fosse stato, nei cinque anni precedenti, proprio Nello Musumeci. Che a dire il vero, però, ha abbozzato, cioè ha provato a gettare acqua: “La legge che istituisce la commissione – ha detto a Palazzo dei Normanni – è molto antica, e forse andrebbe un po’ aggiornata”.

Ma il neo-presidente dell’Ars non si è fermato lì. E, anzi, negli stessi giorni ha quasi dato l’impressione di divertirsi, pescando nel mare non sempre battuto del politicamente scorretto, o quantomeno del politicamente inopportuno. Questo gli rimprovera l’opposizione, ad esempio, riguardo alla nomina di Patrizia Monterosso al vertice della Fondazione Federico II. Una scelta che, stando alle rivelazioni ad esempio del leader dei grillini siciliani Giancarlo Cancelleri, sarebbe stata concordata con lo stesso Musumeci. Parole che possono voler dire molto, o nulla. E per giunta smentite dai diretti interessati. Rimangono i fatti: Musumeci ha mantenuto la “promessa”, espressa anche in campagna elettorale, di rimuovere il Segretario generale, già condannata dalla Corte dei conti per un danno all’erario di circa 1,4 milioni di euro; Micciché ha invece scelto la stessa burocrate per un incarico di prestigio.

Persino sulla “vicenda Figuccia”, i due hanno scelto un “tono” assai diverso. Mentre Miccichè imboccava la strada del sarcasmo: “Figuccia chi?”, il governatore, che non aveva certo risparmiato tirata d’orecchie all’ormai ex assessore ai Rifiuti, ha scelto di commentare provando ad abbassare ancora una volta la temperatura, chiedendo “rispetto” per la scelta dell’assessore.

Differenze nello stile e in qualche caso nel merito. Come accaduta nella vicenda dei “tetti agli stipendi”. Da un lato, Micciché sceglieva la metafora dei “Messi” dell’Ars (nel senso di fenomeno del calcio, non di addetto alla corrispondenza) per giustificare i compensi d’oro, mentre Musumeci affermava che, dopo tutto, i dipendenti dell’Assemblea guadagnano già benino e che quei tutti, tutto sommato, possono restare lì dove sono. Il fuoco e l’acqua, appunto.

E c’è molta strada, insomma, lungo la poca strada che separa i due Palazzi del potere siciliano. Ed era apparso evidente fin dai giorni della campagna elettorale, quando a tenere banco era il tema degli impresentabili. Con Micciché ad accendere nuovi roghi parlando di “ingiustizia a orologeria” nel caso dell’arresto del sindaco di Priolo candidato con Forza Italia, e con Musumeci a schierarsi “sempre e comunque” dalla parte della magistratura.

Distanze che, del resto, affondano ancora più indietro nel tempo. A cinque anni fa, per l’esattezza, quando la candidatura di Micciché “contribuì” alla sconfitta dell’attuale governatore e alla vittoria di Crocetta. Fu il commissario di Forza Italia il vero candidato “anti-Musumeci”. Da allora, un lento avvicinamento, per ricucire lo strappo. Fino alle ultime elezioni che hanno consegnato alla Sicilia due presidenti così vicini e così lontani. Anche se qualche maligno già ripesca il detto antico secondo cui nessuno si piglia se non si rassomiglia almeno un po’. Se non è così, oggi in Piazza indipendenza si vive una condizione da “non belligeranza”. Della serie: “Al governo penso io, in Ars comandi tu”. Ma giunta e Assemblea saranno presto costretti a dialogare. E il gioco del fuoco e dell’acqua difficilmente potrà proseguire per cinque, lunghi anni.