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PALERMO

La benzina e gli affari del boss
Pressioni fallite su un finanziere


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Così Vernengo e soci cercarono di fermare le indagini.

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PALERMO - Hanno provato a fermare le indagini. Quanto meno a capire cosa stesse succedendo e perché i finanzieri martellassero i distributori con i controlli.

Il più attivo era Natale Di Cristina, considerato il braccio operativo del boss Cosimo Vernengo nella gestione delle pompe di benzina sequestrate ieri a Palermo nel corso del blitz che ha portato all'arresto di nove persone.

Due finanzieri hanno tentato, senza successo, di avvicinare un maresciallo della Tributaria che ha alzato il muro. Prendeva tempo, accampava scuse e stilava relazioni di servizio per avvertire i suoi superiori. Un capitolo dell'inchiesta della Procura svela quelli che il giudice per le indagini preliminari definisce “tentativi di inquinamento probatorio”.

I protagonisti sono un ex maresciallo in pensione, un capitano che non lavora più a Palermo, dove ha ricoperto un ruolo di rilievo, e un altro maresciallo che prestava e presta servizio alla Tributaria, e cioè nel Nucleo che ha condotto le indagini. È stato il suo senso del dovere a rendere vane le pressioni. Non si escludono conseguenze disciplinari per i suoi colleghi.

“Torno a fine mese...”, “Sto fuori”; “Vado a giocare a calcetto”, così reagiva il finanziere. Le prime telefonate arrivarono quando un impianto fu sottoposto al primo di una serie di controlli. “Mi stanno martorizzando la vita - diceva Di Cristina - parola d'onore, vuol dire... sono venuti... sono venuti da via Francesco Crispi (sede della finanza) e mi fecero un altro verbale alle otto e venticinque... una cosa allucinante quello che sto passando... devo parlare con lui graziosamente per capire a che punto siamo... il problema di Alberto”. E cioè di Alberto Melilli, gestore dell'impianto di via Gustavo Roccello, dal quale sono partite le indagini. Il finanziere cercava di tranquillizzarlo. “... che si deve fare... si deve aspettare che finiscono quello che devono fare e tu mi capisci a me ci dobbiamo vedere comunque”.

Non sono stati ravvisati profili di rilevanza penale nel comportamento del capitano e del maresciallo in pensione che, infatti, non sono indagati. Ce n'è abbastanza, però, per fare scrivere al giudice Walter Turturici che la vicenda “oltre a suscitare uno spontaneo moto di sconforto misto ad indignazione, fornisce chiara dimostrazione del rischio di inquinamento probatorio”. L'associazione a delinquere - guidata secondo i pm Ferrari e Motisi dai Vernengo - oltre a organizzare un giro di false fatturazioni per evadere 38 milioni di euro di imposte sui carburanti, ha dimostrato la sua pericolosità cercando un canale con le forze dell'ordine. Una pericolosità arginata dal maresciallo della Tributaria, oggi Nucleo di polizia economico-finanziaria.