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Via Brigata Aosta

Palermo, nel cuore di 'Gomorra'
"Aiutateci ad andare via"


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La sparatoria e non solo. Viaggio nell'abbandono di anime e corpi. "Qui si parla di legalità...".

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PALERMO- L'anima con la felpa vorrebbe una casa vera, non la stanza in cui abita, stipata, con i familiari, un bagno lillipuziano e una domanda drammatica ogni sera: chi dorme sul letto e chi sul divano? L'anima di cui si narra sta in via Brigata Aosta, nel palazzo di ferro. Ecco la scena di una recente sparatoria, una ridotta dello spaccio, una cittadella dimenticata, tornata prepotentemente alla ribalta per i fatti di cronaca nera, con al centro uno stabile – il palazzaccio – dalla storia difficile.

Eppure, quaggiù, il dolore scorre forte anche se nessuno spara. Un dolore muto, di singhiozzi soffocati sotto il cuscino, di famiglie che sopravvivono ristrette in una porzioncina di spazio e attendono lo scorrimento di una classifica del disagio abitativo per volare via. Non siamo nella periferia classica - allo Zen, al Borgo – che resta tragica, ma almeno ha il conforto intermittente dell'attenzione. Qui regna l'oscurità, in tenebre e in metafora. E non si parla quasi mai delle anime e dei corpi che soffrono, sempre che qualcuno non decida di aprire il fuoco.

L'anima con la felpa ha un nome e un cognome, però non si può scrivere, per delicatezza. Fu trasportata qui, anni fa, quando il Comune decise di piazzare nuclei familiari bisognosi nel palazzaccio di ferro. Dovevano esserci interventi, manutenzioni ordinarie e straordinarie. Non c'è stato niente, se non l'abbandono. Qualcuno, nel chiacchiericcio mediatico dei dintorni, commenta: "Pare un po' Gomorra”.

Non è semplice entrare, da forestieri, per via dell'avvistamento di scrupolose vedette che scrutano il territorio. Si oltrepassa il confine immaginario al seguito di Giuseppe Mattina, l'assessore comunale alle Politiche sociali, un uomo con una lunga esperienza nel volontariato, che ha deciso di non accontentarsi dei dispacci degli uffici, per andare a controllare da vicino.

'Gomorra' trabocca di spazzatura con esperienza e curriculum pluriennali. Le luci dell'attiguo cantiere navale ricordano i bagliori di un film horror. Il portone rosso con il vetro spaccato. Altra munnizza. Una lunghissima rampa di scale. Un minuscolo appartamento con due stanzette, arredato con il decoro di chi tiene a sé e alle persone che ama. Un tavolino. Qualche caffè.

L'anima con la felpa inizia: “Gli spari, lo spaccio... la vita è diventata impossibile... Chiediamo aiuto. Qua siamo in tanti e la sera dobbiamo decidere: chi sta sul letto e chi sul divano”. C'è una tv nel salotto. Trasmette 'La vita in diretta'. Il ciuffo candido di Cristiano Malgioglio è la finestra aperta verso una impossibile via di fuga.

Ci sono altre anime nel salottino-cucina-camera da letto improvvisato e dignitoso. Quella con la felpa è la voce narrante: “Siamo diverse famiglie nella stessa condizione. Vogliamo andarcene via. Ci sono incendi, c'è violenza. Siamo stritti stritti. Assessò, com'è la graduatoria per l'assegnazione degli altri alloggi?”. Mattina, paziente, spiega che ci sono circa cinquanta case confiscate alla mafia che verranno affidate nel corso dell'anno. Sette milioni da Roma e la proroga per le ristrutturazioni dovrebbero consentire l'approdo. Una bella notizia accolta dal mini-uditorio con scetticismo. Troppe delusioni.

“In questa città – narra la felpa con l'anima nascosta – si parla sempre di legalità, il sindaco si riempie la bocca con questa parola che qui non ha senso. La sera della sparatoria, pensavamo ai petardi rimasti del Capodanno. Poi abbiamo visto un battaglione di polizia. E abbiamo capito tutto”.

E altre storie aspre si raccontano. Bambini che non vanno a scuola, che rimangono a ciondolare in pigiama fino alla mattina inoltrata. Anziani derelitti. Ragazzi che spacciano e distruggono tutto ciò che si può distruggere. “Siamo come persone aggrappate a un sacchetto della spazzatura”.

L'anima con la felpa rimescola quieta il caffè, come se l'orrore fosse, in fondo, un evento normale: “Assessò, non dimenticarti di noi. Ne volete ancora? Lo portate all'autista che aspetta in macchina?”. Giuseppe Mattina declina gentilmente l'invito.

Di nuovo la rampa di scale; c'è una vecchietta che arranca e sbuffa in senso contrario. Di nuovo il portone rosso. Un graffito di rabbia sul muro interno. Una scritta che biancheggia. Nella penombra, si legge: “Ti amo”.