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PALERMO

"Un sacco pieno di armi..."
Il pentito e la punizione a Bacchi


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Benedetto Bacchi

Sergio Macaluso racconta le tensioni fra il re delle scommesse e i mafiosi di Palermo.

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PALERMO - Benedetto Bacchi aveva siglato un accordo con i boss di San Lorenzo e Resuttana. Non rispettò i patti e rischiò grosso. Un nuovo verbale del pentito Sergio Macaluso, che per un periodo ha ricoperto un ruolo di vertice nel mandamento di Resuttana, svela i retroscena del difficile rapporto fra il re delle scommesse, da alcuni giorni in carcere, e la mafia.

Il verbale è del primo febbraio scorso. A raccogliere le dichiarazioni di Macaluso sono stati i pubblici ministeri Amelia Luise e Annamaria Picozzi. Il tema delle scommesse viene introdotto dal pentito con il riconoscimento della foto di Roberto Graziano “nipote di Vincenzo (boss già noto alle cronache giudiziarie, ndr) che si occupava del gioco. Teneva i rapporti con Ninì Bacchi perché noi a Resuttana avevano 17 agenzie di scommesse e per ogni agenzia Bacchi ci dava 200 curo al mese. Questo accordo si fece con la mediazione di Alessandro Alessi (uomo di Pagliarelli, ndr) che propose a Roberto Graziano di estendere gli accordi che già erano operativi sul territorio di Alessi”.

Bacchi, originario di Partinico, secondo l'accusa, grazie all'appoggio della mafia avrebbe aperto decine di agenzie in città. Ad un certo punto, però, l'accordo scricchiolò: “Quando Graziano venne scarcerato dopo l'arresto dell'Apocalisse, mi disse di rintracciare Bacchi perché era in arretrato con i pagamenti da tre mesi. Per fare ciò mi rivolsi a mio nipote Lo Iacono Francesco (arrestato nei giorni scorsi insieme a Giuseppe Biondino e allo stesso Macaluso, ndr) che mi fece rintracciare un cugino di Bacchi che si chiama Salvatore. Parlai con questo ragazzo e mi presentai a nome di Roberto Graziano”. “Salvatore” disse che il mancato pagamento dipendeva dagli scarsi affari delle agenzie. Le parole di Macaluso furono esplicite: “Dissi quindi a questo Salvatore di smobilitare i centri scommesse di Resuttana”. Solo Bacchi, però, poteva dirimere la questione. Bisognava attendere il suo rientro da Malta, dove ha sede la sua società finita sotto sequestro.

Nel frattempo la schiera degli scontenti si ingrossò con gli uomini di Porta Nuova: “... Paolo Calcagno (reggente del mandamento di Porta Nuova, ndr) mi chiamò e mi disse che questi comportamenti stavano avvenendo anche a Porta Nuova e si stava decidendo di buttare fuori Bacchi da tutta Palermo”.

Non solo: “Avevamo pensato, inoltre, di fargli una rapina presso un ufficio di Via Ugo La Malfa dove confluivano i soldi di tutti i centri scommesse di Bacchi. Ne parlammo anche con Lo Iacono Francesco che non si oppose ma che ci fece presente che Francesco Nania di Partinico voleva parlare con Bacchi e per questo ci disse se potevamo attendere”. Fu una sorta di ultimatum: “Gli furono dati tre giorni di tempo nel corso dei quali non accadde nulla. Dopo tre giorni mi incontrai in viale Campania con Graziano Vincenzo e suo nipote Santino e lì mi fu dato un sacco pieno di armi da utilizzare per fare la rapina a Bacchi. Due giorni prima di questa rapina ci fu un altro tentativo di rapine ai danni dello stesso sito che volevamo aggredire noi e nell'occasione furono arrestati i rapinatori grazie agli impiegati dell'ufficio che si accorsero di quello che stava avvenendo dalle telecamere. Decidemmo di fermarci e quindi contattammo mio nipote per sapere qual era la persona che portava i soldi a Partinico”.

La ritorsione fu bloccata perché “nel frattempo Calcagno ci mandò 10.000 curo dati da Bacchi e quindi ci fermammo”. Era solo questione di tempo perché, ha concluso il pentito, “dovevamo mandare via Bacchi da Palermo e Calcagno si stava già organizzando con Luca Crini”.calcagno, però, fu arrestato.