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PALERMO

"Papà voglio essere come te"
Il capomafia e il destino del figlio


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Giulio Caporrimo e il bacio del rispetto

Un pentito racconta come Giulio Caporrimmo bloccò l'esuberanza del ragazzo appena maggiorenne.

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PALERMO - "'Guarda papà, mi sono messo il tuo giubbotto, mi sta bene'. Siccome Giulio viene dalla strada, gli disse subito 'toglitelo, lascia i miei vestiti nell'armadio e non li toccare più'".

Non era il giubbotto il problema, ma ciò che significava indossarlo. O meglio, non indossarlo. Giulio Caporrimo ha cercato di proteggere il figlio. Non voleva che il ragazzo si sporcasse le mani con il pizzo, che iniziasse la carriera criminale. Si comincia con il pizzo e si finisce per essere un capomafia. Caporrimo lo sa bene perché è stato il reggente del potente mandamento di San Lorenzo. Di recente è tornato in carcere per finire di scontare un residuo di pena.

A raccontare il retroscena del rapporto padre-figlio è Sergio Macaluso, che da qualche settimana è diventato un collaboratore di giustizia. Un duro colpo per l'organizzazione visto che Macaluso è stato il reggente del mandamento di Resuttana.

Il ragazzo, appena maggiorenne, avrebbe manifestato le sue intenzioni a Giovanni Niosi, che durante la detenzione di Caporrimo ha avuto un ruolo di primo piano a San Lorenzo. Niosi “parlò con Graziano (Vincenzo Graziano, altro nome che conta nella mafia palermitana, ndr) e c'ero anche io davanti, dice 'È venuto il figlio di Giulio che te lo devo presentare... vorrebbe essere autorizzato a chiedere'”.

Graziano non voleva che si creassero equivoci: “E quello subito alzo le mani e dice 'Io non lo autorizzo perché... ha il papa in carcere che è un amico nostro, al 41'... dice 'Chi se la deve prendere questa responsabilità? Gli dici una cosa, digli che va a parlare con papà, se papà lo vuole mettere in mezzo... perché per quello che sappiamo noi quando Giulio era fuori a suo figlio non lo ha mai portato in giro a fare dei danni'".

E così consigliarono a Caporrimo jr di chiedere il permesso al padre. Fu lo stesso ragazzo a riferire a Macaluso l'esito del colloquio: “Me lo venne a raccontare il ragazzino, che ci incontrammo al Capo, io, Paolo Calcagno (reggente del mandamento di Porta Nuova, ndr), il figlio di Giulio quando venne raccontò che papà gli disse questo e Paolo gli disse 'tu mettiti subito di lato'".

Caporrimo jr doveva starsene lontano dagli affari criminali: "Se hai bisogno tu personalmente sai dove venire, c'è Sergio, c'è Salsiera, ci sono io... siamo a tua disposizione, però non ti permettere più... a camminare, a chiedere soldi e a fare cose sbagliate...". I mafiosi di San Lorenzo si sarebbero messi a disposizione. Il ragazzino "educato dice 'Va bene, non lo faccio più".

Una carriera criminale stoppata sul nascere. Il destino dei figli dipende dalle scelte dei padri, come dimostra anche la storia dei padrini corleonesi. Bernardo Provenzano e Totò Riina sono morti sepolti dagli ergastoli. I figli del capo dei capi hanno seguito le orme criminali del padre. Giovanni in carcere ci resterà per sempre, colpevole di quattro omicidi, mentre Salvuccio di anni ne ha scontati otto e mezzo per associazione mafiosa. Angelo e Francesco Paolo Provenzano, invece, hanno la fedina penale immacolata. Mai stati processati.

Possiamo intuire come siano andate le cose leggendo i passaggi di alcune intercettazioni. Antonino Di Marco, considerato un mafioso di Palazzo Adriano, raccontava a Carmelo Gariffo, nipote di Provenzano, di avere tentato più volte di avvicinare Angelo. Voleva che facesse pesare il suo cognome per impedire ad altri di fare la voce grossa. Gariffo gli spiegava che i suoi cugini, Angelo in testa, erano rimasti fuori dai giochi “volutamente perché mentre c'è stato mio zio presente, i suoi figli era giusto che si stavano, a posto loro, e devono stare a posto, perché basta uno non c'è bisogno di cento”. Bastava la presenza di Gariffo e di Rosario Lo Bue, capomafia di Corleone dove si vive sempre nel mito dei vecchi padrini.