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Se le poltrone non bastano
Che succede in Forza Italia


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Le promesse in campagna elettorale, i posti in lista alle Politiche, gli incarichi all'Ars: come si è spaccato il partito.


PALERMO – Per capire meglio la paradossale vicenda della spaccatura siciliana in Forza Italia è bene partire dai numeri. Alle Politiche del 4 marzo, il partito di Berlusconi a livello nazionale ha ottenuto il 14 per cento. Un risultato poco entusiasmante. Sia per il distacco inflitto dalla Lega di Salvini, che ha staccato di tre punti il Cav. Sia confrontando il dato con quello del Pdl di cinque anni fa, che ottenne il 21,5 per cento (all'epoca la Lega aveva il 4). È vero che nel frattempo il partito subì una scissione ma è pur vero che una buona parte degli alfaniani scissionisti alla fine sono rientrati a casa. In Sicilia, invece, Forza Italia a questo giro si è attestata tra il 20 e il 21 per cento. Che è in assoluto la migliore percentuale incassata in Italia dal partito azzurro, quasi sette punti sopra la media nazionale. Anche in Sicilia il dato è più basso rispetto a quello del Pdl di cinque anni fa.

Eppure, accade che a livello nazionale non si alzi una voce dentro il partito per denunciare il flop, che ha visto Silvio Berlusconi per la prima volta vero sconfitto nelle urne (insieme a Matteo Renzi). E che invece, il clima da redde rationem esploda a livello locale, in Sicilia, proprio dove la lista forzista è andata meglio. Un paradosso spiegabile solo facendo un passo indietro.

E cioè alla fase della campagna elettorale. Quando Gianfranco Miccichè lavorò per tessere con grande fatica la tela dell'alleanza di centrodestra che avrebbe ottenuto con Nello Musumeci la vittoria alle Regionali. In quella fase al commissario di Forza Italia per motivare al massimo le sue truppe promise vari riconoscimenti ai territori. Ad esempio incoronò Giuseppe Guaiana, trapanese vicino a Tonino D'Alì, come futuro assessore. Non lo divenne mai. E i telefoni si ruppero con il leader storico di Forza Italia a Trapani. Che, nemmeno candidato, è stato il primo a criticare Miccichè alla chiusura delle urne. “Posso assicurare giù da ora che avremo un assessore di Siracusa, uno di Ragusa e uno di Agrigento. Forse anche uno di Messina”, diceva allora Miccichè, era ottobre. Le aspettative erano tante. Alla fine un assessore ragusano non c'è stato e nemmeno uno di Agrigento. Nel Messinese è stata premiata Bernardette Grasso, altri sono rimasti a bocca asciutta. Anche alle Politiche, dove il gruppo che fa capo a Francantonio Genovese non ha trovato spazio. Quanto a Siracusa, è entrato in giunta Edy Bandiera, che aveva perso alle Regionali. Altro sale sulle ferite. Riaperte in occasione della composizione delle candidature alle Politiche, con un festival di figli, mogli, fidanzate e parenti di.

Rosanna Cannata



E così tra i “ribelli”, in prima fila, ecco la siracusana Rosanna Cannata. Poteva essere lei una papabile assessore e di certo è stata una papabile per consiglio di presidenza dell'Ars e presidenze di commissioni. Ma è rimasta fuori da tutto. Il fratello Luca, sindaco di Avola, sui social – riportava oggi La Sicilia – ha dichiarato apertamente che a questo giro non poteva votare Forza Italia. “Ho votato per chi vince!”, ha detto lui. E ad Avola hanno vinto, anzi stravinto i grillini. Proprio come in tutto il Siracusano, con percentuali bulgare. Le parole di Miccichè - "Non possono far parte di Forza Italia coloro che, per il solo fatto di non essere stati candidati, hanno platealmente votato e fatto votare il Movimento Cinque Stelle. Forza Italia non è adatta a loro e loro non sono adatti a Forza Italia" – a qualcuno sono sembrate ritagliate su misura proprio sul sindaco. Scontenta Cannata, scontenta Marianna Caronia, scontenti Tommaso Calderone e Riccardo Gallo. Oltre che il già citato Tonino D'Alì. Non c'è solo una questione di poltrone, ma più in generale un'insofferenza verso la gestione di partito e gruppo. Che si era già fatta sentire in occasione della discussione all'Ars sulla doppia preferenza di genere, con Caronia e Cannata che hanno assunto una posizione critica verso il partito. I “lealisti” hanno fatto quadrato attorno a Miccichè. In favore del commissario e dell'unità del partito ha parlato ad esempio Renato Schifani. E diversi sono stati gli interventi di dirigenti (Scoma, Mauro, Bandiera, Mancuso) a sostegno del leader del partito siciliano. Milazzo dal canto suo per calmare gli animi ha pensato bene di scrivere che “o domani si sistemano le cose o sarà GUERRA! Non si tradisce mai!!!” (maiuscole e punteggiatura sono suoi, ndr).

Gabriella Giammanco



Toni che suggeriscono alle colombe del partito di entrare in azione. E così Gabriella Giammanco, eletta di fresco al Senato, invita i compagni di partito a darsi una calmata: “Non è alzando i toni, o addirittura dichiarando guerra, che si risolvono le incomprensioni all’interno di un grande partito come il nostro. Al di là dell’ottimo risultato elettorale raggiunto da Forza Italia in Sicilia, grazie al lavoro del nostro coordinatore Gianfranco Miccichè e all’innegabile appeal del Presidente Berlusconi, credo sia giusto ascoltare e confrontarsi. Con garbo e con la volontà di continuare a costruire, sempre”.

I “ribelli” non ci stanno. Rivendicano il “legittimo diritto di critica" e ribadiscono le loro richieste, a partire dall'azzeramento dei vertici. Ritenendo inaccettabili le accuse di “tradimento”. “E dire – scrivono in una nota i quattro deputati dissidenti - che, in un passato non troppo lontano, scelte definite pluraliste e di apparente sostegno esterno - quale appunto fu la deficitaria esperienza di Grande Sud dello ideata dallo stesso Gianfranco Micciché - sono costate a Forza Italia e al centrodestra in genere, il governo della Sicilia. Però né allora, né oggi alcuno al riguardo ha parlato o parla di "tradimento"”.

A breve le prossime puntate. Con una sessione di bilancio alle porte che in questo clima si preannuncia sempre più complicata per un governo senza maggioranza per ammissione dello stesso presidente della Regione.