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IL CASO

Palermo che piange per un ficus
Ma non fa niente per cambiare


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Un momento del flash mob per il ficus del Foro italico di Palermo

Il flash mob al Foro italico. E la città che si mostra, legata alla sua rassegnazione di sempre.


PALERMO - Il vuoto, lì dove c'era il famoso ficus del Foro Italico, ormai defunto, è monumentale, più sonoro e gigantesco perfino della presenza che lo riempiva. Fissandolo, avverti un senso di straniamento, come se dei buontemponi, fidando nell'oscurità, avessero tolto di mezzo la statua della Libertà. Sono cose che cambiano le prospettive al mondo.

E' buio, l'abbandono risulta spettrale. In questa sera di marzo, le anime ambientaliste di Palermo si sono date appuntamento sul prato per celebrare, con un flash mob, i funerali dell'albero pluriennale che faceva incetta di ombre e memorie. Venne piantato dai giostrai negli anni Settanta – così dicono le leggende – per riparare dal sole i bambini che giravano su cavallucci e automobiline, quando le giostre erano il presidio del luogo.

Non c'è soltanto il cordoglio. Una polemica puntuta ha messo radici dal giorno dell'abbattimento. Era proprio necessario? Il ficus rappresentava una tradizione vegetale. Un veloce sguardo svelto di annotazione – è ancora lì - offriva una serenità di proporzioni regolamentari: tutto è al suo posto, come quando si osserva il mare di Mondello per trarne conferma di vivere a Palermo. Si può forse cancellare il mare di Mondello?

Non manca il lato politico della vicenda, come è naturale che sia. Concetta Amella, consigliera comunale del M5s, presente al flash mob funerario, denuncia “il deficit di comunicazione”. Il consigliere pentastellato, Igor Gelarda, scrive su facebook: “Forse si poteva condividere con i cittadini una scelta diversa. Ma non sembra essere quello della condivisione lo spirito che anima l'attuale sindaco”. Interviene pure Fabrizio Ferrandelli e promette battaglia.

E' sera che si fa notte, intanto. Le anime ambientaliste delle associazioni riflettono un inconsolabile lutto. Chi pesta con i piedi per rabbia la zolla dove non c'è più nemmeno il tronco. Chi accende una candela votiva. Chi suona un tamburino. Chi esprime sfinimento: “Mi sento male...”. Sembra il popolo dei nativi di Avatar alle prese con il dolore per la distruzione possibile del loro Grande Albero. Però nel film finisce bene. Eppure, a osservarlo con attenzione questo Foro Italico Notturno, si coglie in controluce la linfa di un'intera città, oltre il suo tronco duro, oltre la corteccia della sua disillusione.

C'è la Palermo del governo e del potere che ha smarrito l'astuzia della sensibilità. A prescindere dalla legittimità dell'operazione per ragioni di sicurezza, di cui non si discute, la faccenda poteva essere gestita meglio, con una tempistica chiara. Ed è singolare che la capitale che si propaganda bellissima, rinserrata nel quadrilatero intorno al Massimo, sia vittima di una topica tanto evidente. Se la bellezza risorgimentale è il cavallo di battaglia dell'ennesima edizione dell'Orlandismo, bisogna avere cura dei particolari, soprattutto quando si agisce in stato di necessità.

C'è la Palermo variopinta, coraggiosa e inutile delle battaglie già perdute, che le combatte proprio perché desiderosa di un'altra nobile sconfitta. E' l'aristocrazia dell'impegno con vista sui social, che suona i suoi tamburi in favore di tweet. Non è capace di organizzare proposte di sostanza, perché si ferma al valore simbolico della sue gesta da tramandare intorno al focolare di un aperitivo. Non cambia niente, non vuole cambiare niente, ama soprattutto farsi notare.

C'è la Palermo cinica che irride su facebook, che prende per bizzarri i rivoltosi della foglia e del ramo, con uno spirito corrosivo che può muovere al sorriso. Ma è la comunità che non si alza mai dalla sedia, legata a un canone di compiaciuta rassegnazione, di soddisfatto immobilismo. Non vive. Posta.

Ci sarebbe, infine, la vera città, quella dolente e sognante, delle persone quotidiane con la loro fatica. Ed è l'unica che non si vede quasi mai, che non appare, che non rumoreggia, che, silenziosamente, tesse la trama del suo eroismo minuto in condizioni avverse. E' la Palermo migliore, l'albero che custodisce ombre, sussurri e memoria. Il ficus che rinasce ogni giorno, dopo la notte di tutti.