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Il viaggio

Il dolore della Palermo nascosta
"Basta con annunci e promesse"


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La povertà e la speranza. Viaggio a Santa Chiara: "La burocrazia ci soffoca".

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PALERMO-   Arrivi alla città nascosta, percorrendo via Maqueda, con le sue traballanti economie, le sue specchiate bellezze, le sue tradizionali lordure. Le biciclette sfrecciano, rischiando di arrotare i passanti, nell'aria si coglie un olezzo di rosticceria, sudore e acqua di colonia mischiati, una melodia caratteristica richiama alla memoria l'oleografia dei carretti, delle lupare e delle zagara. La gente scappa via, frettolosa, senza lanciare nemmeno un'occhiata alle case patrizie dalle finestre alte e luminose.

Passando da corso Vittorio Emanuele e tagliando per piazza Bologni,si cominciano a intravvedere i contrafforti della Palermo non vista dai viandanti della strada principale. L'Oratorio di Santa Chiara, generosa trincea dei salesiani, si specchia, nitido, in una giornata di sole. Ecco il nascondimento che nessuno metterà mai in prima pagina, non per pigrizia, ma perché non semplice da raggiungere oltre il luogo comune della perdizione obbligatoria.


A pochi metri da qui c'è un tessuto che elabora faticose strategie di sopravvivenza, fidando nella bellezza. Quaggiù si annaspa, nella convivenza solidale, tra migranti e palermitani. Solo a una finestra è incollato un volantino che spinge alla 'riconquista della nostra terra'. Questo è il campo di don Enzo Volpe, direttore da ormai sei anni della Casa salesiana, la metafora ideale per chiacchierare della città nascosta, come è accaduto con altri parroci di cappa e pastorale che hanno già raccontato il senso strenuo del loro impegno. Ma don Enzo non c'è, impigliato nel disbrigo di una faccenda. Appuntamento e narrazione sono rimandati a una telefonata pomeridiana.

“Che cos'è Palermo?”, inizia il prete con il fisico da corazziere.“Direi – prosegue – il segno di una tangibile contraddizione. Bellissima, in certe sue porzioni, con uffici rifiniti, palazzi nobiliari, case borghesi. Invivibile, altrove, nelle sistemazioni di fortuna, in casupole fatiscenti, in condizioni non dignitose. Tra parrocchia e Oratorio assistiamo circa trecento famiglie, ma cerchiamo di stimolare una mentalità diversa, che superi l'assistenzialismo, in cui ognuno trovi una propria collocazione”.

Vasto programma, nella luce incandescente che batte su Ballarò e Albergheria. E non semplice. La miseria è un nodo alla gola. Lo spaccio presidia, come pure la prostituzione delle donne che da quaggiù si recano, ogni giorno, tra i viali della Favorita e in altri posti ancora semi-celati. Il lavoro che manca è sete senza ristoro. I bambini rischiano di perdersi in braccio a genitori che li amano, ma che, spesso, non hanno mai letto un libro e che non sanno cosa fare, come si cresce un fiore che sboccia.

“Cerchiamo di organizzarci – dice don Enzo -.Abbiamo messo su una specie di banca del tempo. La gente del quartiere si scambia favori, si aiuta, si sostiene come può, impara a diventare comunità. E non c'è, ovviamente, differenza tra migranti e italiani nell'assistenza e nei percorsi: la povertà è uguale per tutti. Noi cerchiamo di abbattere il fatalismo che è la vera morsa”.

La città orgogliosa di mostrarsi accoglie o scansa la città nascosta?“ Non se ne parla abbastanza – è la risposta – o se ne parla male, con superficialità, seguendo dei cliché. Non si discute delle buone prassi che pure ci sono. Cosa saremmo senza volontariato? La politica spesso procede per spot, per annunci e promesse, si mobilita se emerge qualche evento particolare come, per esempio, la protesta di Biagio Conte che è stato costretto a dormire sotto le stelle, per spingerci tutti a una maggiore sensibilità. Ho constatato un miglioramento nelle attività sociali, una più efficace organizzazione, però spesso c'è una burocrazia che frena tutto, che 'ingrippa', se così si può dire. E non va bene”.

Eppure, ci sono spiragli di resistenza. Don Enzo ne enumera qualcuno: “Ci rivolgiamo alle donne del quartiere per spronarle ad aprirsi sempre di più, superando una certa segregazione casalinga, riacquistando il ruolo educativo con i figli, scoprendo le loro potenzialità e scuotendosi dall'apatia. E spesso accadono dei miracoli: una nostra amica, grazie a una serie di circostanze, potrà tornare in Kenya a riabbracciare la famiglia. Con cadenza settimanale visitiamo le ragazze di qui che si recano in Favorita. Noi non giudichiamo, accudiamo. Noi non sputiamo sentenze, aiutiamo e sosteniamo”. Aiutare, accudire, sostenere: non serve altro. Perché ci sono anime e corpi vivi nella città nascosta. Hanno un cuore con i sogni ricamati addosso. Hanno occhi bellissimi.