Live Sicilia

La provocazione

Musumeci tra Sgarbi e gli affanni
La maledizione del crocettismo


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L'Ars, l'assessore scomodo e Gianfranco Miccichè. Tre indizi fanno (quasi) una prova.


Venne narrato da molti come un cambio storico purchessia: la fine del crocettismo e l'avvento del musumecismo. Ora, su Nello già si staglia lo spettro politico di Saro: la maledizione del regno che fu. Le similitudini deteriori risaltano. Una maggioranza parlamentare fragile, un travagliatissimo assessorato da esposizione e la presenza dell'ubiquo Gianfranco Miccichè.

Frammenti d'amarcord. Rammentate, la scena un po' da istituto Luce sotto gli stucchi della magione presidenziale, dopo le elezioni regionali? Rosario Crocetta che si congeda, crogiolandosi da mattatore ormai in disuso, tentando invano di rubare la scena. Nello Musumeci che parte in quarta, nella celebrazione della sudata vittoria. E traccia il solco: “Siamo consapevoli della gravità del momento, ma pensiamo che la Sicilia sia redimibile. La Sicilia ha il diritto di tornare a sperare e noi politici abbiamo il dovere di essere portatori di speranza. Voglio coinvolgere gli scettici e i rassegnati. La sfida la vinceremo tutti insieme”.  Alè!

Ben poco resta, fin qui, di quell'annuncio glorioso. E va bene che bisogna dare tempo al tempo, ma l'incipit del musumecismo, in certi riflessi, rispecchia davvero l'inceppamento, quel consueto macinare a vuoto, con meno rumore, ma con lo stesso esile costrutto. Ecco il sortilegio del crocettismo.

Lo stesso attuale governatore, per esempio, ha ammesso onestamente la complessità di certi conti che non tornano. E le fibrillazioni nel centrodestra, con i 'ribelli' forzisti sul piede di guerra, contro il leader perenne Miccichè (sempre e comunque lui) che annuncia rappresaglie e scomuniche, compongono un viatico ispido per i futuribili snodi parlamentari. Intanto, l'Ars procede con un ritmo dei lavori che è uno schiaffo in viso ai siciliani, con sedute da sei minuti e diciannove secondi. Preciso preciso a quando c'era Saro: scarso impegno in aula, maggioranza allo stato gassoso, polemiche e veleni a mai finire tra gli scranni dei privilegiati di Palazzo dei Normanni. Come chiamarla, se non maledizione?

E c'è il rapporto contraddittorio con l'ineffabile prof Vittorio Sgarbi che, in pochi mesi da assessore ai Beni culturali, è stato quieto e rasserenante come una ruspa lanciata a bomba contro un muro. Se ne è ricavata l'impressione di un incarico labile, subìto da Musumeci, per onorare un pagherò elettorale, con breve sfolgorio di marketing. Anche Crocetta annoverava tra i suoi assessori personaggi di indubbio richiamo nazionale, con la scadenza incorporata. Figure, politicamente scomode e impalpabili, difficilmente gestibili, convocate perché servivano da tappezzeria istituzionale a tempo. Il professore Zichichi e il maestro Battiato erano, certo, un tantino più contenuti. Tuttavia, nella diversità delle storie, non è cambiata l'identica esaltazione dell'effimero nella disgraziatissima terra che avrebbe bisogno di solidità e terapie di lunga durata.

Infine, si annota la rilevantissima presenza del medesimo convitato di pietra: quel Gianfranco Miccichè che tenne indirettamente a battesimo il successo del crocettismo, togliendo ossigeno elettorale all'allora sconfitto Nello e che adesso, da presidente dell'Ars, aleggia sul musumecismo con velleità da santo patrono. Un particolare non secondario per cabala e smorfia. E non sono sono tre indizi che si avvicinano a una prova?

Smorfia e cabala, dunque, sembrerebbero concordare: l'Ars eternamente in panne, l'assessore riottoso e sfuggente, l'ombra di Gianfranco nel panorama di macerie stratificate e buone intenzioni che non giungono mai a compimento. “La Sicilia ha il diritto di tornare a sperare”, questa era la promessa solenne. Forse, potrebbe ancora realizzarsi; siamo ingenuamente ottimisti. Toccando ferro.