Live Sicilia

L'editoriale

La casta è tornata
L'antisistema si fa sistema


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Pure i grillini coinvolti nelle spese pazze per i collaboratori, e qualche leghista di Sicilia è già indagato. Non resta che arrendersi.


C’erano le auto blu ad attendere. Poco più in alto, le finestre della commissione Bilancio e quelle della sala del governo. Il simbolo della casta ai piedi di Palazzo dei Normanni aveva qualcosa di simbolico, nel tramonto di una delle tante giornate inutili. Lì all’Ars, dove la seduta ha aperto e chiuso i battenti in pochi minuti. Minuti pagati a peso d’oro dai siciliani.

Sarà difficile non profumare di demagogia, ma in quella immagine dei lampeggianti innanzi al portone del parlamento siciliano, certamente lì per ragioni di sicurezza o con legittimi motivi,
c’è il segno di una retromarcia. Quello della politica che intende recuperare quello che fu suo. Prestigio e potenza. E anche un po’ di spagnola apparenza. La casta, insomma, è tornata.

Lo ha fatto innanzitutto tirando fuori l’orgoglio liberista contro i pauperismi d’ogni colore. Agevolata, certo, da certe ricadute nella macchietta di alcuni racconti della Sicilia. Quella che in televisione ama lo stereotipo col sottofondo di maranzano. Quella che parla solo di vitalizi e, ecco anche noi dentro il calderone della demagogia, delle auto blu.

Ma c’è anche qualcosa, oltre l’acquarello della Sicilia spendacciona. C’è un cambio di passo, tutto nella frase di Gianfranco Micciché, ri-presidente dell’Ars da tre minuti, eppure pronto a esordire con un “non mi chiedete di fare nuovi tagli”. Per carità. E vai col balletto dei “tetti agli stipendi” dei dirigenti che non sposteranno, come tante altre iniquità, l’equilibrio dei bilanci. Ma che eppure…

C’era qualcosa, in quella presa di posizione. C’era la volontà di prendere in contropiede le solite manfrine sulla politica disonesta e sbracata. Lì, in quel Palazzo nel quale – così è da sempre, ma c’è stato bisogno di ribadirlo anche stavolta – si può entrare anche se hai una pesante indagine o una condanna della magistratura contabile. Ma dove non entri se non hai la cravatta.

Tutto già visto, ovviamente. La novità, semmai sta altrove. Perché per fare i pauperisti, per indossare i modesti abiti del politico-calvinista, bisogna stare fuori da lì, dal “sistema”, o almeno apparire un corpo estraneo. Ma il dato nuovo oggi sembra proprio questo. L’antisistema si sta facendo sistema. Sta acquisendo, con lessici e reazioni diverse, i vizi della politica spendacciona. L’anticasta si fa casta. E guai a dirglielo.

Eppure. Prendi le ultime “spese pazze” dell’Ars. Quelle per assumere un esercito di collaboratori e portaborse. Le “sferzate” della Corte dei conti non hanno risparmiato nessun gruppo. Ma proprio nessuno. Nemmeno quello più numeroso, arrivato all’Ars e legittimamente cresciuto anche grazie al “controcanto” nei confronti dell’altra politica. Il Movimento cinque stelle è stato pesantemente “bacchettato” e le risposte, così come le giustificazioni non convincono neppure. Persino infantili appaiono i grafici o i conteggi con i quali i grillini provano a spiegare che in fondo, in media, hanno meno collaboratori per deputato. Peccato che il “cuore” della censura contabile sia un altro: quello di avere speso fino all’ultimo centesimo i soldi pubblici previsti per quei dipendenti, senza che apparisse chiara una stretta correlazione tra lo stipendio stesso e il lavoro svolto. Un embrione del “reddito di cittadinanza” si potrebbe definire, scegliendo la via della celia.

Ma non è tutto qua. Perché anche un altro segnale sembra apparire come un progressivo “innamoramento” dei palazzi e un allontanamento – ovviamente temporaneo e oscillante come tante altre prese di posizione – dai principi stessi del movimento. E così, mentre fuori si sputa contro ogni ombra di illegalità, si sceglie di chiamare come consulenti nell’Ufficio di presidenza, due ex deputati coinvolti – e sotto processo – per lo scandalo delle firme false. Vai a capirci qualcosa, insomma.

In fondo, a pensarci, l’amore per Palazzo dei Normanni, dove improvvisamente i grillini parlano quasi da democristiani (“apprezziamo l’approccio del governo” si sentì un giorno in Commissione bilancio…), è lo specchio dell’amore più grande per i Palazzi più ampi, che sembra farsi strada in consultazioni nelle quali il Movimento sembra pronto a fare un governo (anzi, pardon, un ‘contratto di governo’, cioè un inciucio, ma prodotto dalla Casaleggio associati) con Lega o Pd, indifferentemente. Cioè insieme al partito del “rispediamo i clandestini a casa loro” o con quello che vuole lo “Ius soli”.

A proposito di Lega. L’antisistema sarebbe rappresentato anche da un Carroccio che ha piantato le ruote anche in Sicilia. La novità, però, era parsa subito sospetta, viste le facce, assai note da anni, dietro le camicie verdi dell’Isola. E così, l'impossibile cambiamento incarnato da vecchie volpi della politica siciliana si è tradotto in indagini e accuse che hanno coinvolto i leghisti del Sud, dalle vicende della solita Formazione, alle accuse di reati elettorali.

E così, l’antisistema – era già successo col M5s, come detto – finisce anche nelle cronache giudiziarie. In quel Tribunale di Palermo che ha prodotto, in qualche caso, altri esempi di sedicenti “virus” del sistema. È il caso di Antonio Ingroia, ad esempio, a capo di Azioni civili, Rivoluzioni civili o altre ambiziose e fallimentari liste politiche, pizzicato e indagato per qualche “spesuccia” in suite e alberghi di lusso, dopo essere stato indagato per i dubbi sul proprio compenso e dopo essere finito in un’indagine della Corte dei conti per le assunzioni in Sicilia e-servizi. È appunto – al netto di quello che decideranno i tribunali – l’antisistema che si fa sistema. A questo punto ai “pauperisti”, ai noiosi fustigatori, non resta che arrendersi.