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"Palermo ha bisogno di sperare
Orlando ormai è il passato"


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Fabrizio Ferrandelli

Intervista con Ferrandelli. "Mi candiderò di nuovo a sindaco? Nel caso, siamo pronti".

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PALERMO - A due passi dal caffè, sorseggiato in centro tra bellezza e munnizza, c'è l'enigma Palermo. Eccola la capitale-palindromo, opposta a se stessa, quando muta il punto di vista. Ecco il 'cambiamento' che offre una schizofrenia di sguardi. Ma è pur vero che le cronache dello sfascio incombono sul resto e che la silhouette del Teatro Massimo scompare tra i fetori di bucce di cocomero e pannolini usati.

Un sorso di caffè nerissimo e concentrato. “Riconosciamo a Orlando i suoi meriti, contestiamo le sue storture, ma non parliamone con tanta insistenza. Ormai rappresenta una figura che si comincia a declinare sempre più al passato. Ognuno pensi di lui quello che crede: con affetto, con rabbia, con nostalgia. Io sento di appartenere al futuro, come la mia città”.

Non le sembra di esagerare, consigliere Ferrandelli?

“No, credo proprio di no”.

Fabrizio Ferrandelli appare rilassato e sì che la sua esistenza, tra vicende politiche e giudiziarie, non è stata senza increspature negli ultimi tempi. Un'altra dose di caffeina e via con la chiacchierata. Chi è F.F.? Un po' Sinnacollanno degli inizi, con un linguaggio che punta alla suggestione delle cose semplici e qualche posa da capopopolo. Un po' maschera che si propone, come nuova, nel Gran Teatro dei Panormitani. Attecchirà mai il Ferrandellismo quaggiù? Chi può saperlo? Finora i tentativi di ascesa a Palazzo delle Aquile si sono risolti in altrettante battaglie perse.

Consigliere Ferrandelli, non esistono vittorie senza meriti, né sconfitte senza errori. Lei dove ha sbagliato?

“Io ho avuto il coraggio di sfidare un personaggio che ha scritto trentacinque anni di storia palermitana, nel bene e nel male, che detiene le chiavi del governo e del consenso. Ho cercato di aggregare sul piano programmatico e progettuale, da outsider. Non credo di avere avuto torto. Conosco la macchina, conosco Palermo e non mi sento affatto sconfitto”.

 Nessuna topica allora?

“Di errori probabilmente ne avrò commessi. In tanti mi hanno chiesto se rifarei le stesse scelte politiche, se diverse opzioni sarebbero risultate vincenti. Non rinnego nulla: erano le cose giuste in quel frangente”.

Parliamo, per l'appunto, dell'intesa con Forza Italia alle ultime comunali. Lei veniva da un'altra storia: possibile che più di uno tra i suoi elettori classici non l'abbia digerita?

“Col senno di poi si può affermare tutto e il contrario di tutto. Mi sembrava l'approdo più naturale: un accordo sul mio progetto senza richieste specifiche. Forse c'è chi è rimasto disorientato, ma rivendico il ruolo di precursore di uno scenario attualissimo. La mia posizione è stata sdoganata. Le appartenenze crollano, conta la sostanza. Rivendico la mia libertà, l'intuizione corretta di guardare alla gestione di una città chiamata a partecipare. Se non ci fossimo ritrovati un mostro sacro come avversario, avremmo avuto ragione nelle urne. Sa come mi sono sentito?”.

Come?

“Come uno che avvista l'America per primo e tutti lo prendono per pazzo, fino a quando non si rendono conto che l'America non è un miraggio. Ho una identità precisa di cui rimango fiero. Vengo dal volontariato, ho presente la sofferenza dei palermitani. Mi interessa che ci siano mani a sostenere, ad aiutare a consolare, non di chi siano queste mani”.

Ma lei non era orlandiano?

“Quando ho iniziato con la politica, per un giovane, non c'era altro spazio che l'orlandismo. Andando avanti, ho notato le sue storture”.

Quali sarebbero?

“L'instaurazione di un califfato politico, l'assenza di condivisione. Ho rotto per questo. Orlando accentra, domina, non ama il contraddittorio”.

Ha visto, stiamo parlando del 'mostro sacro'. Non si sfugge.

“Ora parliamo di me. Non credo nelle discendenze elettorali e nemmeno nei galoppini. Non ho vincoli. Quando ho capito dove andava a parare l'Ars, mi sono dimesso dalla carica di deputato. Quanti l'hanno fatto? Ho scommesso su me stesso, sulla mia voglia di tornare in strada. E adesso soffro per il triste spettacolo della mia città che agonizza”.

Ammesso e non concesso che sia così, come si rinasce?

“Con un paradigma rinnovato. Non basta più l'uomo solo al comando per governare sistemi complessi”.

Il consiglio comunale. Si avverte come una sorta di timore reverenziale, di indugio. L'opposizione esiste? E che fa?

“Che ci siano delle disponibilità mi pare innegabile. Per quanto mi riguarda ho avuto un diverso approccio. Io ho dato una prova di maturità, non ho recitato la parte di quello che rosica e che per ripicca cerca di rompere tutto. La mia è stata una evoluzione graduale. Non sto con le mani in mano. Studio, vivo a Sala delle Lapidi, metto in circuito idee, gruppo dirigente. Non ci salveremo da soli, ma con la coralità, con la pluralità degli sguardi. Non sono più sufficienti i finanziamenti pubblici, se mancano i contenuti per produrre vera economia, vera cultura, per attirare capitali e investimenti. Noi dobbiamo essere competitivi nel mondo e smetterla di fissarci l'ombelico, scegliendo noi stessi come termine di paragone, senza guardare altrove, in Europa o più in là. Ecco la mia rottura rispetto al passato: la sfida è globale e c'è bisogno di un'altra narrazione. In tanti ora mi vedono come un interlocutore solido e rimpiangono la circostanza che non sia io il sindaco”.

Questo lo dice lei.

“Questo lo dicono le persone che incontro e che mi fermano”.

Proviamo il giochino delle libere associazioni. Parole che richiamano parole. Se le dico 'cantieri', lei che dice?

“Assenza di pianificazione, mancanza di programmazione, caos”.

Rifiuti...

“Siamo la capitale mondiale della munnizza. Paghiamo uno dei servizi più cari che è anche uno dei peggiori”.

Tram...

“No alle nuove linee. Non ci sono le condizioni strutturali ed economiche. Significherebbe sventrare la città per niente. L'esigenza è l'acquisto degli autobus ecologici per collegare le periferie che sono tagliate fuori, nel quadro di una mobilità armoniosa e sostenibile”.

Povertà...

“Lo spaccato più desolante. L'avete raccontata voi la tragedia della coppia che vive in una grotta. La sofferenza delle famiglie e delle persone grida vendetta. L'emergenza abitativa ha assunto contorni spaventosi. Come è possibile non tenerne conto, non considerarla l'emergenza delle emergenze?”.

Torniamo alla politica e a quelle sue scelte. Ferrandelli orlandiano, Ferrandelli con il Pd, Ferrandelli sostenuto da Miccichè, Ferrandelli con Micari, cavallo di ritorno del Pd. Scusi, non le sembra un po' troppo?

“Quando io ho aperto a Forza Italia ho posto un limite. Stiamo con chi ci sta, con chi riconosce il programma, mai con i sovranisti o con i populisti. Poi lo scenario si è modificato. Non potevo certo subire uno schema a trazione leghista, con Fratelli d'Italia. Non posso sbracciarmi per l'accoglienza, per la solidarietà e accettare Matteo Salvini come compagno di viaggio. Sono stato coerente, c'è, invece, chi si è spostato”.

La sua campagna elettorale e la sua storia politica si sono intersecate con indagini della Procura di Palermo. Di recente, c'è stata la richiesta di archiviazione dell'inchiesta per voto di scambio politico-mafioso.

“Non ho nulla da aggiungere a quanto chiarito in precedenza. Sono estraneo, sono sereno e rispetto, con fiducia, il lavoro di chi indaga. Non pronunciare mezza frase in più è un segno di quel rispetto, anche verso la mia storia. Certo, chiunque sa immaginare i costi umani, familiari e politici”.

Lo chiedo pure a lei: i difetti dei palermitani soppesati da un palermitano?

“L'autoreferenzialità, il provincialismo e la paura del cambiamento. Noi siamo quelli del 'Megghio u' tintu canusciutu”.

Chi sarebbe u' tintu canusciutu?

“E' una suggestione in generale, ma potrei riferirmi, paradossalmente, pure a me stesso e a chi magari sussurra i peggiori luoghi comuni nei miei confronti e poi pensa: vabbé, però con Fabrizio ci parramu, ci possiamo parlare...”.

E possono?

“Di idee, di prospettive, di speranze. La mia porta è aperta”.

Intende riprovarci, fra qualche anno, partecipando alla disfida per la poltronissima di Palazzo delle Aquile?

Fabrizio Ferrandelli ci riflette un po', interrompendo, per un attimo, la raffica senza posa delle parole. Infine, risponde:

“E' come il campionato. Ce n'è sempre un altro da affrontare e il risultato precedente non conta più. La squadra si è preparata, ha imparato. Tutto è pronto per provare a vincere; nel mio e nel nostro caso per costruire una nuova storia. Non rimpiango niente di ieri. Ringrazio tutti. Ringrazio chi mi ha sostenuto con sincerità, chi per opportunità, chi mi ha contrastato. Mi hanno reso quello che sono ora: un uomo libero che vuole il meglio per la sua città. Ed è la battaglia che sto conducendo nel presente, da consigliere comunale. Questo posso dire per oggi”.

E per domani?

“Domani si vedrà”.