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L'ANALISI

Fughe, inchieste e grattacapi
L'eterna maledizione dei rifiuti


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Crocetta indagato e coinvolto insieme con Orlando in un procedimento della Corte dei conti. E' caos

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PALERMO - Magistrati, prefetti, burocrati di specchiata onestà, meglio addirittura se non siciliani. La poltrona di assessore ai Rifiuti è, in Sicilia, una vera e propria anomalia: talmente calda e scottante che quasi nessuno ci si vuol sedere, uno dei pochi posti di potere che in tempi di rimpasto ogni candidato prova accuratamente a evitare.

E del resto le cronache degli ultimi giorni raccontano di un’indagine che vede coinvolto l’ex governatore Rosario Crocetta per aver autorizzato, in piena emergenza, il conferimento di rifiuti nella discarica di Melilli o, ancora, delle pesanti richieste della Corte dei Conti a Crocetta, Lombardo e Orlando, oltre che ad ex assessori comunali, per non aver raggiunto le quote minime di raccolta differenziata. Ultime indagini, in ordine di tempo, per un settore che sembra circondato da un campo minato: chiunque provi a intervenire, per soluzioni tampone o a lungo termine, finisce per ritrovarsi con più di un grattacapo.

Non è un caso che negli ultimi anni a ricoprire un ruolo così delicato siano stati donne e uomini di legge, alti funzionari statali o esperti provenienti da altre parti d’Italia. In Sicilia in pochi sembrano disposti a maneggiare una tematica così scottante, resa tale non solo dal rischio di un’emergenza sanitaria sempre dietro l’angolo e da una grave carenza strutturale, ma anche dalla questione occupazionale e da un quadro normativo confuso e caotico in cui ancora si sovrappongo i vecchi Ato e le nuove Srr.

Prendi solo le ultime "cronache" dalla Regione. Il primo assessore ai Rifiuti dell'era Musumeci ha già fatto le valigie. Volontariamente. Per Vincenzo Figuccia quel settore era troppo complicato, troppo delicato. Un atto, tutto sommato, di onestà quello di dire: "Faccio un passo indietro". Al suo posto, dopo un periodo di riflessione, ecco piombare il nuovo "forestiero", il veneto Alberto Pierobon. Non proprio un inedito, a guardar bene: era già toccato a Salvatore Calleri, forestiero a metà, a dire il vero. Giunto con i "galloni" della legalità dovuti alla presidenza della Fondazione Caponnetto. Il siculo-toscano giunto da Firenze per colmare lo spazio vacante, nella scorsa legislatura, tra i due magistrati Nicolò Marino e Vania Contrafatto. In passato era toccato a un prefetto: Giosuè Marino era, per quel Raffaele Lombardo che dovette maneggiare altra scottantissima questione, quella dei termovalorizzatori voluti dal predecessore Cuffaro, una garanzia di legalità.

E del resto, la sfida non è certo delle più semplici. La Sicilia ha un sistema di discariche con una vita sempre più breve; la raccolta differenziata nelle tre città più grandi stenta a decollare; le Srr non riescono a dotarsi degli impianti di compostaggio di cui avrebbero bisogno; i Comuni devono finanziare il servizio con una Tari che non sempre riescono a incassare; i lavoratori interessati sono migliaia e il loro posto è spesso in bilico. Un settore, insomma, in cui non mancano i problemi ma in cui, come dimostrano le inchieste di varie Procure, gli interessi illeciti sono tanti a causa dei fiumi di denaro che servono a mandare avanti un sistema che fa acqua da tutte le parti.

Agire in queste condizioni diventa un vero e proprio rebus, specie se lo si deve fare a colpi di ordinanza o di provvedimenti dell’ultimo minuto. Al governo in carica, indipendentemente dal suo colore politico, tocca infatti fronteggiare le emergenze del momento ma al tempo stesso programmare il futuro, rispettare le leggi ma ridisegnare il quadro normativo in modo tale che il sistema funzioni, interloquire con Roma e con Bruxelles ma provare a evitare multe e sanzioni, scongiurare l’emergenza sanitaria ma non sprecare troppi soldi nel tentativo di portare altrove l’immondizia, stimolare i comuni a fare meglio ma non costringerli a far viaggiare gli autocompattatori in giro per l’Isola. Il tutto provando a scansare le stangate della Corte dei Conti o gli avvisi di garanzia.

Una sfida improba per chiunque, specie per una politica siciliana che in questi anni si è trovata costretta a ricorrere sempre di più al “Papa straniero” o al commissario inviato da Roma nella speranza di trovare soluzioni a lungo o brevissimo termine a un problema che, in Sicilia, sembra sempre senza fine.