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C’è l’informativa, impresa eliminata
Se ne occuperà la Consulta


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Dopo una informativa antimafia, azienda depennata anche dal Registro delle imprese. Il ricorso.

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PALERMO - Da due anni l’impresa edile è stata chiusa per una informativa antimafia interdittiva, ma ora potrebbe arrivare la svolta. Infatti, potrebbe essere dichiarata incostituzionale la norma che  dà alle prefetture il potere di eliminare dal mondo economico le imprese per le quali esista il rischio di infiltrazioni mafiose.

È questo il caso emerso dal ricorso di un'impresa siciliana,
assistita dagli avvocati Girolamo Rubino e Calogero Marino, contro la Commissione provinciale per l’Artigianato della Provincia di Palermo presso la Camera di commercio e la Commissione regionale per l’Artigianato per la Regione Sicilia. Il processo di fronte al giudice civile deve accertare se sia valida la cancellazione  dal Registro delle imprese dell’azienda a seguito di una informazione antimafia interdittiva.

Così, il 30 maggio 2016 l’impresa edile è stata cancellata dal Registro delle Imprese a seguito di quella interdittiva antimafia della Prefettura di Palermo. Adesso si osserva che il procedimento che ha bloccato la realtà produttiva potrebbe essere illegittimo in quanto in applicazione di una regola contraria alla Costituzione. La quinta sezione del Tribunale di Palermo,infatti, riconoscendo il dubbio di costituzionalità avanzato dai patrocinanti, ha sollevato la questione di legittimità di fronte alla Corte Costituzionale.

La Consulta è chiamata, così, a decidere se l’informativa prefettizia così come attualmente regolata sia conforme alla Costituzione. La misura di prevenzione amministrativa, prevista dal codice antimafia modificato nel 2014, a parere dei giudici di Palermo, anzitutto sembrerebbe irragionevole per il fatto che la decisione prefettizia ha lo stesso valore della decisione di un giudice.  Questo appare intollerabile per la diversità che c’è fra un giudice e un organo amministrativo. Infatti, da una parte, il primo è chiamato a decidere le misure di prevenzione all’interno di un procedimento più stringente, con maggiori garanzie di tutela e di difesa,  e con presupposti più definiti. Dall’altra, la prefettura, organo dell’amministrazione statale, non garantirebbe gli stessi mezzi a favore del soggetto che subisce il procedimento.  La circostanza, inoltre, sarebbe aggravata dal fatto che la misura di prevenzione prefettizia ha effetti immediati che non possono essere in nessun modo contenuti se, ad esempio, con l’interdizione venga meno anche la fonte di reddito per l’interessato e la sua famiglia.

Ma il dubbio dei giudici palermitani si estende anche a un altro effetto dell’informativa interdittiva del prefetto. Quello che ha generato la causa, e cioè la revoca di tutte le autorizzazioni, le concessioni, i contributi e le erogazioni che l’impresa ha avuto nella sua vita e quindi anche l’iscrizione al Registro delle imprese. Insomma, non solo il “blocco” dei contratti con la pubblica amministrazione, ma la “cancellazione” dal mondo stesso dell’impresa. Per i giudici specializzati nel diritto dell’impresa, infatti, un simile atto elimina la libertà economica riconosciuta dall’articolo 41 della Costituzione e lo fa, addirittura al di là dei poteri del Tribunale. E questo, proprio perché il giudice può limitare gli effetti delle proprie misure di prevenzione per non spazzare via dal mondo economico un’impresa che per quanto presunta a rischio infiltrazioni mafiose non sia definitivamente dichiarata collusa.

La decisione, ora spetta al giudice delle leggi, che sarà chiamato a valutare le disposizioni. C’è ragione di pensare che il risultato è destinato a fare discutere. Ai giudici costituzionali, infatti, spetta decidere fra una sacrosanta più energica reazione dello Stato nei confronti dell’inquinamento mafioso del mondo economico  e gli altrettanto sacrosanti capisaldi valoriali di uno Stato come il rispetto del diritto alla difesa davanti a un giudice terzo e imparziale e il rispetto della libertà economica.