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L'INCHIESTA

Le talpe al servizio di Montante
Così venivano spiati i “nemici”


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Esponenti delle forze dell'ordine accedevano alle informazioni riservate su input dell'imprenditore


CALTANISSETTA – Nel bunker di Antonello Montante, signore di Confindustria non solo in Sicilia, c'erano le carpette e le trascrizioni dei certificati estratti dalla banca dati segreta del ministero dell'interno. Grazie ad esponenti delle Forze dell'ordine, a lui legati da rapporti strettissimi, Montante riusciva a ottenere i certificati riservati alla polizia giudiziaria.

Gli accessi al portale lasciano traccia e incrociandoli con le intercettazioni gli investigatori della Squadra mobile hanno ricostruito la fitta rete di nemici e bersagli sui quali creare dossier.

LA BANCA DATI – Come funziona la banca dati? Il link di accesso è http://info.cedinterforze.interno.it che consente di entrare nella pagine iniziale. Cliccando su “Portale produzione” si apre una finestra per l'autenticazione del certificato. A questo punto, in una nuova finestra, bisogna inserire la password. Le password sono riservate agli esponenti delle forze dell'ordine, alcuni dei quali agivano su richiesta dell'imprenditore nisseno. Tre cose è possibile controllare in questo portale: i provvedimenti e le segnalazioni a carico dei cittadini, le interrogazioni di sintesi e tutti i precedenti giudiziari, compresi i fatti commessi durante la minore età. Gli “utenti investigativi” registrati, possono consultare targhe di auto, banconote, armi, titoli e documenti. A questo punto, però l'accesso deve essere motivato, inserendo il numero di protocollo di un fascicolo di indagine, il numero delle notizie di reato, che viene attribuito a ogni fascicolo aperto dai magistrati, perché in Italia il potere di iniziativa spetta ai pubblici ministeri, oppure è possibile cliccare su “altre attività di indagine di Pg”. L'investigatore viene ammonito, dal sistema, a rispettare la legge, cosa che, secondo quanto hanno accertato gli inquirenti, non avveniva.

IL COLLEGAMENTO – Analizzando i tabulati del traffico telefonico, le intercettazioni e i verbali dei soggetti sottoposti a interrogatorio, i magistrati coordinati da Amedeo Bertone ritengono che Diego Di Simone Perricone sarebbe il “trait d'union” tra Montante e gli appartenenti alla polizia di Stato “stabilmente utilizzati, ormai da lungo tempo, per attingere le più svariate informazioni di natura riservata da riversare, poi, allo stesso Montante”.

IL MEMORIALE - Il due novembre del 2011, Alfonso Cicero, ex presidente dell'Irsap, ente che gestisce le aree industriali siciliane, ha dichiarato agli inquirenti di essere rimasto “perplesso” durante alcune telefonate che, in sua presenza, Montante riceveva da uomini delle forze dell'ordine. “Un aspetto che mi lasciava esterrefatto – ha dichiarato Cicero – era constatare come, in alcune occasioni, Montante avesse la possibilità di ottenere, telefonicamente, informazioni e notizie sulla posizione giudiziaria di vari soggetti di cui veniva a conoscenza anche dei fermi e dei controlli di polizia. Avevo modo di constatare quanto appena detto dal tenore di talune telefonate che Montante.faceva e riceveva in mia presenza nonché appunti che lo stesso annotava durante tali conversazioni, momenti in cui, per discrezione, davo l'impressione di distrarmi”. Sulla base delle dichiarazioni di Cicero, gli inquirenti seguono le tracce di un “dottore” e, analizzando le conversazioni, scoprono che si trattava proprio di Di Simone Perricone, che in alcuni casi, senza fare nomi, comunica che “hanno difficoltà a entrare”, in altri casi Montante chiede di “focalizzare quelle cose là”.

LA TALPA – Analizzando i contatti, gli inquirenti ricostruiscono tutta la catena dei rapporti con le forze dell'ordine. Nella “stanza diciamo della legalità”, così Montante aveva ribattezzato il bunker segreto, trovano una serie di visure Sdi, a carico di persone di Confindustria Calabria e incrociano i nominativi con l'identità di chi ha effettuato l'accesso al portale riservato del ministero dell'Interno: viene fuori il nome di Salvatore Graceffa, in servizio alla Squadra mobile di Palermo, nella sezione criminalità organizzata, che aveva controllato i nominativi di Giuseppe e Vincenzo Speziali, Giuseppe Pugliese, Antonio Gentile, Filippo Callico, Giuseppe Gatto, Renato Pastore, Emilio Bernardo Romano; i certificati erano contenuti nella cartella “Confindustria Calabria” custodita da Montante.

GLI SPIATI -  L'elenco dei soggetti monitorati da Montante è l'unghissimo, tra i nomi spiccano collaboratori di giustizia, politici ed esponenti di Confindustria, non solo siciliana. Nell'elenco ci sono Alfonso Cicero, ex presidente dell'Irsap, Mirello Crisafulli, ex senatore del Pd, l'attuale assessore all'economia Gaetano Armao, i collaboratori di giustizia Carmelo Barbieri e Salvatore Di Francesco, Gioacchino Genchi, ex poliziotto avvocato dell'imprenditore Pietro Di Vincenzo, nemico storico di Montante, Davide Durante, ex presidente di Confindustria Trapani, Umberto Cortese, presidente del consorzio Asi che gestiva l'area industriale di Caltanissetta e il direttore degli industriali Tullio Giarratano. Dossier sono stati predisposti anche sull'ex assessore Marino, i suoi figli e alcuni giornalisti, alcuni dei quali, avrebbero chiesto finanziamenti per film o posti di lavoro.

L'AVVOCATO - Montante indaga anche sull'avvocato che, inizialmente, era molto vicino a lui, Antonio Grippaldi, uno degli uomini di punta di Confindustria, difensore dell'imprenditore Michela Berna Nasca, coinvolto in alcune vicende giudiziarie ma poi assolto. Grippaldi era stato uno dei finanziatori dei capi di vestiario destinati a Papa Ratzinger, ma all'improvviso si era opposto a una discarica, nella zona del Dittaino, riconducibile a Giuseppe Catanzaro, uno degli uomini di punta di Confindustria in Sicilia. Poi c'è una serie di telefonate, in un momento importante, che aiutano gli inquirenti a chiudere il cerchio e a documentare il ruolo di Marco De Angelis, adesso in servizio alla questura di Milano, uno degli elementi della catena di spionaggio. Ma con questi contatti, gli inquirenti hanno in mano la rete, che porta dritto a quei fascicoli custoditi nella “stanza diciamo della legalità”.