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L'INCHIESTA

Montante al contrattacco
"Vendetta di Venturi e Cicero"


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Antonello Montante

I passaggi principali dell'interrogatorio dell'ex presidente degli industriali siciliani.

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PALERMO - Non lo dice espressamente, ma è di una vendetta che Antonello Montante si sente vittima. A consumarla sarebbero stati i suoi due grandi accusatori, Marco Venturi e Alfonso Cicero. Coloro che avrebbero svelato l'impostura della stagione antimafia di Montante.

L'ex presidente di Sicindustria risponde per sette ore al giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta. Si difende da tutte le accuse che lo hanno portato ai domiciliari. Venturi e Cicero? “Hanno avuto un cambiamento inspiegabile nei miei confronti in 24 ore”. Perché? “Non li ho accontentati per cose che non potevo fare”.

Venturi, secondo Montante, avrebbe voluto prendere il suo posto alla guida degli industriali siciliani, mentre Cicero avrebbe chiesto il rinnovo dell'incarico di commissario dell'Irsap. Le loro dichiarazioni, seppure decisive, sono però solo una piccola parte della mole di lavoro dei pm nisseni. Migliaia e migliaia di pagine di intercettazioni e riscontri.

Accompagnato dai suoi legali, gli avvocati Nino Caleca e Giuseppe Panepinto, Montante respinge l'accusa di avere tramato contro amici e nemici con un'attività di dossieraggio. Archivia di tutto - registrazioni audio, sms, e mail - ma solo, così dice, per un'abitudine ereditata dal padre. Dagli anni Settanta a oggi c'è traccia di ogni singola attività quotidiana: “Non ho mai usato il materiale archiviato contro qualcuno”. Assunzioni in cambio di favori ai rappresentanti delle Forze dell'ordine? “Mai fatte, chi è stato assunto era lì da prima che arrivassi io”.

Le notizie riservate sulle sue indagini ricevute anche attraverso la consegna di un pen drive? “Non è vero”. Non nega i rapporti con tantissimi e autorevoli rappresentanti delle forze dell'ordine, ma solo di “carattere istituzionale”. E gli accessi al sistema informatico della polizia per schedare le persone? “Quello che ho chiesto al responsabile della sicurezza era di acquisire informazioni che riguardavano imprenditori di Reggio Calabria dove Confindustria è stata commissariata”.

Montante difende se stesso, spiega, e la sua identità di uomo della legalità contro la mafia: "Non ho mai avuto vantaggi, né appalti, né finanziamenti, né agevolazioni. Ho fatto una scelta di vita e sono convinto nel mio intimo me l'hanno fatta pagare”. I pm e il gip che ne ha convalidato l'arresto sono invece sicuri che Montante sia il perno di un sistema di spionaggio, di un'associazione a delinquere finalizzata alla corruzione.

Alcune precisazioni arrivano poi dall'avvocato Panepinto: "Il mio assistito, all'arrivo della polizia nella sua abitazione, non si è disfatto di alcuna prova di reato. Temendo che non si trattasse di agenti ma di malviventi, ha tardato ad aprire e ha cercato di mettersi al sicuro. Il contenuto delle pen drive danneggiate, ritrovate dai poliziotti nello zaino dell'indagato, era stato trasferito in altre chiavette perfettamente funzionanti, già in possesso degli inquirenti".