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LA COMMEMORAZIONE

17.58, il cuore di Palermo si ferma
Le ultime ore di Giovanni Falcone


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Una lunga giornata di memoria, retorica e sincerità, culminata nell'ora della strage.

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PALERMO - Le sei di mattina meno qualche minuto. Albeggia. Caffè e zucchero. Chissà cosa facevano a quell'ora
Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, il 23 maggio di ventisei anni fa: se dormivano, se erano già in piedi. Chissà se è uguale a tutti gli altri l'ultimo giorno della tua vita - ma non lo sai - o se c'è un presentimento, qualcosa che il destino ti recapita. Chissà se dormiva, a quell'ora, Antonio Montinaro, il caposcorta del giudice, che avrebbe lasciato sola la sua Tina. E Rocco Dicillo che aveva fissato le nozze per il mese dopo? E Vito Schifani che non vide mai la sua vedova, Rosaria, mentre sussurrava ai carnefici: “Io vi perdono, ma dovete mettervi in ginocchio”?

Scorri i cari volti a memoria. Eccoli Giovanni, Francesca, Antonio, Rocco, Vito, collegati da un'intimità che solo la morte ha reso possibile. Ma come è accaduto che abbiamo innalzato il monumento, lì dove sarebbe stato necessario il linguaggio dello sdegno e dell'affetto? Com'è che non sono stati annotati il caffè che restava, il matrimonio che non ci sarebbe stato, i figli cresciuti da soli in questa immensa partitura del lutto? Forse siamo invecchiati male, rassegnati al passaggio di ogni infinito. Che sia amore o dolore, poco importa.

E poi ci sono i ragazzini che portano la speranza con le mani, non perché siano il futuro, ma perché ravvivano il presente segnato da troppe smemoratezze e sconfitte. Scendono dalla scaletta della Nave della legalità in un mare di colori. Alcuni sono poco più che bambini e hanno viaggiato tanto. Ora saltellano, al molo del porto di Palermo, appena sbarcati, nonostante la fatica.

Non sono essenziali le risposte che hanno imparato a fornire in favore di microfono, tutte teneramente identiche. Conta di più la gioia contagiosa che spandono. Quel mare chiassoso e infantile che invade le strade. Palermo, nel frattempo, si è inventata una mattinata di struggente e luminosa bellezza. Le nove in punto. Chissà dov'era, a quell'ora di ventisei anni fa, Gaspare che piombò sui rottami dell'auto distrutta dall'esplosione, tra i primi, e non lo avrebbe dimenticato mai più.

Le nove e qualcosa. Nell'aula bunker dell'Ucciardone va in onda il copione di una studiata e rassicurante retorica. Chi si è occupato della narrazione complessiva ha fatto egregiamente il suo lavoro. I conduttori sono impeccabili. Gli ospiti spaccano il minuto. Si ha come l'impressione di più fratture saldate e verniciate da una goccia di bellezza.

Parlano i ministri  Minniti e Orlando. Parla il presidente della Camera, Roberto Fico, in un tripudio di affermazioni che non marcano alcuna differenza di schieramento. La solubilità dei concetti basici è il leit-motiv dell'intervento istituzionale. E le lische che Falcone e Borsellino furono costretti a inghiottire? E le lettere ai giornali dell'epoca per protestare contro le sirene e le blindate dei giudici? E i cosiddetti amici, accanto ai nemici, che, successivamente, si sarebbero accodati ai feretri, scansando anni di polemiche appena velate dalla forma? Nessun problema. Si perdoni ogni dissonanza nella tragica ricorrenza che già deborda in festicciola dell'ottimismo.

Ma ti prende, egualmente, una stretta allo stomaco quando, sul maxi-schermo o in platea, passano Antonio Vullo, autista di Borsellino, che racconta del giudice Paolo, Tina Montinaro che dice: “Non sono la vedova, Antonio è con me”, Emilia Catalano, figlia di Agostino, caduto in via D'Amelio, che piange: “Mio padre è stato strappato a noi. Non sono cose che si scordano”, quando l'allora pm Giuseppe Ayala, sognando di Francesca Morvillo e dell'amicizia che nutrivano l'uno per l'altra, ricorda: “Mi metteva una mano sulla spalla...”.

Palermo, fuori, è luminosissima e linda. Un mezzo della Rap ha celermente provveduto a togliere residui di munnizza e di imbarazzo davanti all'ingresso dell'aula bunker. Chissà dov'era, a quell'ora di ventisei anni fa, Oronzo Mastrolia che, con sua moglie, viaggiava sull'autostrada in senso inverso e incrociò il corteo delle Croma nell'istante dell'esplosione. Pausa pranzo.

Alle cinque del pomeriggio, via Notarbartolo, l'approdo designato, è strapiena. I bambini che fecero l'impresa di una difficile traversata hanno addosso i segni della sofferenza. Volti cotti dal sole, piedi che procedono tra inciampi e gonfiori. C'è pure una banda che propone un motivetto, subito soverchiato dalle canzoni che sgorgano da un altoparlante.

Le hit d'occasione sono quelle: 'I cento passi' e 'Pensa'. C'è una tribù scatenata che balla, sorretta, nonostante le fatiche, dal vigore di un entusiasmo che, talvolta, tracima e stona un po'. Ma sono tutti volti puliti. In mezzo alla folla, si intravvedono asceti della legalità dalla schiena dritta, ex tribuni della plebe in cerca di nuovi pulpiti, ragazzi innamorati e commossi, figuranti e comparse mischiati, nella buonafede dei più. Serpeggia il chiacchiericcio sul presidente Fico e le mani in tasca durante l'inno nazionale. Una inconsistente polemica da avanspettacolo.

Le sei meno cinque minuti, ne mancano tre all'eco lunghissima della deflagrazione di Capaci. Ed è adesso che accade il miracolo, come sempre, mentre un paio di lenzuoli, appesi ai balconi, oscillano al vento. Ed è qui che una città spezzettata e nemica di se stessa si ritrova ai piedi dell'albero Falcone. Le sei meno due minuti, l'ora di Capaci. Il cuore di Palermo si ferma.

Pietro Grasso declama i nomi. Suona il silenzio. Le sei e qualche istante. Il dottore Falcone nel cratere. L'agente Gaspare Cervello che si sporge su tutta quella sofferenza e lo invoca, pregando: “Giovanni, Giovanni...”. Ha le lacrime agli occhi, Gaspare, ma non sente il morso del suo braccio rotto. Oronzo Mastrolia, tranquillo ragioniere in transito con la moglie, che viene sbalzato dallo spostamento d'aria. Gli strappi si rimargineranno troppo tardi.

Tutte le esistenze annullate, devastate, ferite, cambiate, in un boato di fuoco e di cenere. Le vittime da una parte, gli scampati dall'altra. Giovanni, Francesca, Antonio, Rocco e Vito. E noi qui, in questa giornata luminosa, attraversata, ventisei anni dopo, sulle stampelle di una speranza consunta. Noi qui, con il cuore ancora fermo che non vuole saperne di ripartire.