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Il medico, il nascondiglio, le carte
Messina Denaro, gli ultimi misteri


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I retroscena dell'assedio della polizia a Castelvetrano.

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PALERMO - Fare pressione sul latitante e scovare tracce del suo passaggio. Sono due gli obiettivi dello stato di assedio a cui è stata sottoposta per alcune ore la provincia trapanese. Centocinquanta poliziotti, elicotteri, georadar: uno spiegamento di forze imponente.

Decine le perquisizioni eseguite nei confronti di persone che in qualche modo potrebbero avere avuto a che fare, direttamente o indirettamente, con Matteo Messina Denaro. Gli agenti del Servizio centrale operativo e delle squadre mobili di Palermo e Trapani avrebbero individuato quello che fonti investigative definiscono un “nascondiglio”. Di più non trapela.

Si conoscono, invece, alcuni destinatari delle perquisizioni. Tra questi c'è Francesco Burrafato, medico chirurgo, 76 anni, ex primario all'ospedale di Castelvetrano. Nel suo caso i pubblici ministeri della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, coordinati dal procuratore Francesco Lo Voi e dall'aggiunto Paolo Guido, sono partiti da un episodio datato nel tempo ma significativo. Un'utenza riconducibile al medico, prima che Messina Denaro diventasse latitante a partire dal 1993, aveva avuto dei contatti con un numero che secondo gli investigatori apparteneva al capomafia trapanese. È in casa del medico che sono stati sequestrati un computer e un tablet che adesso saranno analizzati.

Perquisizioni anche per Marco Giovanni Adamo, 71 anni, imprenditore nel settore del movimento terra, impegnato in grandi opere pubbliche e private. Ad esempio i lavori per le condotte idriche della diga Delia di Castelvetrano, il metanodotto tra Menfi e Mazara del Vallo e l’Acquedotto Montescuro Ovest che serve le province di Palermo, Agrigento e Trapani. Nel febbraio 2017 la sezione Misure di prevenzione del Tribunale trapanese ha sequestrato all'imprenditore beni per cinque milioni di euro.

Nell'elenco dei perquisiti ci sono pure Leonardo Bianco di Santa Ninfa, Bartolomeo Turano di Salapartuta e Baldassare Di Gregorio di Mazara del Vallo. A quest'ultimo nome è legato un particolare curioso. Di Gregorio, titolare di un'autofficina di Mazara del Vallo, è considerato vicino a Vito Gondola, anziano boss mazarese. La macchina di Di Gregorio era stata imbottita di microspie. Ecco cosa hanno annotato i poliziotti della Squadra mobile di Trapani: “Era, invece, Di Gregorio ad ammettere di aver conosciuto e in qualche modo frequentato il latitante in un periodo non meglio indicato; Baldo aggiungeva anche una nota di colore, raccontando di una circostanza in cui egli si era trovato presente ad una partita a carte nel corso della quale Messina Denaro ed altri soggetti non specificati avevano utilizzato un mazzo di carte truccate”.