Live Sicilia

Palermo

"All'improvviso uno schiaffo"
"Cervello", storie di violenza


ospedale cervello aggressioni, ospedale cervello pronto soccorso aggressioni, ospedale cervello pronto soccorso baldassare seidita primario, ospedale cervello pronto soccorso violenza, ospedale cervello violenze, palermo aggressioni infermieri e medici pronto soccorso, palermo violenza pronto soccorso, violenza all'ospedale cervello, Cronaca, Palermo

Il racconto in presa diretta delle aggressioni in corsia. Una mattina al pronto soccorso.

VOTA
5/5
1 voto

L'omone grande e grosso, con gli occhi da bambino, racconta la sua storia, seduto, quasi rannicchiato, nella stanza del primario: “Era un giorno difficile con molte barelle nel corridoio. Io dividevo il cibo. C'era tanta gente, troppi accompagnatori di malati: 'potete uscire per cortesia?', ho chiesto. Sono usciti e sono subito rientrati. Ho ripetuto: 'potete uscire per cortesia?'. Qualcuno si è risentito: 'tu parri assai'. All'improvviso è arrivato lo schiaffo all'orecchio. Io non ho capito più niente. Ho visto il sangue. Non mi ha fatto male solo il colpo. Sono disponibile, mi faccio in quattro, non me l'aspettavo”.

L'omone è un operatore socio sanitario del pronto soccorso dell'ospedale 'Cervello'. Probabilmente, cambierà reparto per la menomazione fisica subita. Il ceffone gli ha perforato il timpano. Di notte non dorme, avverte un fastidioso fischio e dovrà operarsi. Per l'area d'emergenza ci vuole un fisico bestiale. Ma è appena il caso singolo di una nutrita casistica. Tutti, qui, sono stati almeno minacciati.

Una mattina di giugno, tra le corsie delle aggressioni e del caos. La scena è quella abituale. Campeggiano gli occhi stanchi di medici, infermieri e personale. Occhi cerchiati. Occhi divorati dallo stress, sbarrati, in fibrillazione per i tic. La tensione preme su un contesto di crepe e fragilità. Qui sopravvivono, con l'aggravio di esplosioni di collera ed esecrabili escandescenze, i concittadini dello stesso normalissimo e violento disagio. Ci sono pazienti camici bianchi e pazienti pazientissimi e civili, in qualche caso no.

Gli occhi di chi accompagna qualcuno che sta male riflettono un caleidoscopio di storie, anche stamattina. Ci vedi il lenzuolo con le mani che si aggrappano, sguardi scambiati col dispiacere di dirsi addio, speranze selvagge che possono precedere la fine, perché infinita è la nostra necessità di sperare, rinascite, illusioni, preghiere. Le voci nella sala d'aspetto si sovrappongono: “Mio marito pesava novantadue chili, poi è sceso fino a cinquantasei”. “Qui ci sono pure quelli che non hanno bisogno”. “Dottore, chiamate il dottore”. E verrebbe voglia di abbracciarla questa umanità dolorante che cerca conforto e sicurezza, lì dove c'è una malattia con la sua ombra crudele.

Anche Baldassare Seidita, il primario, è un comandante attento che ha eletto la calma a necessaria virtù. Il suo assistente deve respingere l'assedio fino all'ultima soglia: “Vogliono entrare e parlare col responsabile. Cerco di fare del mio meglio”. Lì vicino, c'è chi confessa: “Ho presentato la domanda per andarmene, non ne posso più. Non trovo qualcuno che venga a sostituirmi”. E vorresti abbracciare pure lui.

Il dottore Seidita, da uomo pratico, va subito al punto: “Ci sono circa cento accessi al giorno, diciamo una media di duemilacinquecento al mese. Siamo pochi per un simile flusso. La pianta organica prevede ventitré o ventiquattro medici più il sottoscritto. Ci fermiamo a diciassette. La struttura è inadeguata. Per fortuna, alcuni colleghi hanno accettato di darci una mano”.

La potenziale rinascita è legata a un processo di riqualificazione e di ampliamento che porterà spazi in più, con una ulteriore razionalizzazione degli ingressi in base al codice, ma chissà quando. Intanto, la realtà si mostra cruda. “Non ci sono abbastanza letti nei reparti – spiega il primario – il malato può restare da noi pure tre o quattro giorni, ma ci sono stati casi di sette e otto giorni; e può andarsene da qui perfettamente guarito, senza transitare altrove. Vengono in tanti, specialmente anziani, con un quadro di più patologie croniche. C'è chi sceglie liberamente il 'Cervello' perché esiste un antico rapporto di fiducia. Noi accogliamo tutti al massimo dei nostri sforzi. E' giusto ribadirlo con forza: la violenza è inaccettabile”.

Sono truppe valorose e stremate quelle che presidiano i luoghi della sofferenza, l'approdo di ogni paura. E ne hanno conteggiati di presidenti, assessori, politici a vario titolo, prontissimi a rincuorare e promettere, con in tasca la parolina magica “cambiamento”. Pare, invece, che le cose siano in rapido peggioramento. “Sono da quarant'anni all'opera, da giovane frequentavo il pronto soccorso di via Roma per cominciare a imparare – dice il dottore Seidita –. Non ricordo i disagi che stiamo vivendo adesso”.

Eppure combattono, gli eroi del 'Cervello', come soldatini sperduti nella giungla. Combattono, il primario, i medici, gli infermieri e l'omone con gli occhi da bambino che vorrebbero piangere un po' per la ferita dentro, più che per quello schiaffo. Ora, torna a raccontare: “Meno male che ho mantenuto il sangue freddo e non ho reagito. Non è facile. E' venuto il padre di chi mi ha colpito a chiedere scusa. Sono scosso, chissà se mi riprenderò dal trauma”.

Occhi e voci. “Mio marito era novantadue chili....”. “Un medico, chiamate un medico...”. L'urgenza è solo l'altro nome di una terribile normalità. Si lotta all'ultimo catetere, all'ultimo respiro, sul confine tra speranza e dolore. Ma questa umanissima battaglia – certo, non per colpa di chi la combatte – somiglia già a una sconfitta.