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DALLA GROTTA

Thailandia, l'allenatore
e tutta la vita al buio


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Ek, il profugo birmano che allenava i dodici baby calciatori salvati.

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"Da sempre solo, è rimasto un'ora al buio da solo". Con queste parole Francesco Battistini, inviato in Thailandia del 'Corriere della Sera', ha raccontato e sintetizzato la storia di Ek Ekapol, il giovane allenatore della squadra di calcio, estratto per ultimo dal cunicolo di Tham Luang in Thailandia. Il coach, infatti, dopo quasi diciotto giorni passati ininterrottamente con i "suoi" baby calciatori, ha trascorso in totale solitudine l'ultima ora nella caverna della prigionia, prima di immergersi a sua volta e tornare in superficie. Una solitudine che - secondo quanto riporta Battistini - è stata da sempre la costante nella vita di Ek: dalla morte di mamma, papà e fratello avvenuta d'un colpo quando aveva appena dodici anni, alla sua attuale condizione di profugo birmano. Lui, uno dei 100mila, un gruppo nutrito di "senza terra", che nello stato thailandese vivono come fantasmi, senza documenti, senza diritti, senza lavoro.

Di Ek, in questi giorni si è detto tutto. C'è chi gli rimprovera di aver portato dodici ragazzini in quella che si stava trasformando nella loro tomba, e ne chiede il processo; c'è chi in lui vede l'eroe che li ha aiutati e salvati. Dal canto suo, il venticinquenne, all'oscuro delle chiacchiere in superficie, ha motivato i dodici affinché trovassero la forza di affrontare la traversata di oltre quattro chilometri, ha dato loro da mangiare, privandosi del suo, senza avere la certezza di rivedere mai la luce del sole. In una lettera scritta nella grotta, Ek ha chiesto scusa, alla sua squadra, alle famiglie, ai soccorritori. Ora il giovane coach si trova in ospedale, ed è il più malconcio fra tutti i ragazzi estratti dalla grotta della morte, ma se la caverà. D'altronde, non poteva la profondità di una caverna sconfiggere chi ha vissuto nel buio interamente la propria vita, senza temere, senza mollare.