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PALERMO

'Il poliziotto amico dei boss'
Condannato a sei anni


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Guido Ferrante e Michele Armanno

Il nome di Guido Ferrante era emerso nella vicenda della richiesta estorsiva a un pasticciere.

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PALERMO - Sei anni di carcere. È pesante la condanna inflitta al poliziotto Guido Ferrante. Avrebbe spinto un commerciante a pagare il pizzo. Era imputato per omessa denuncia e favoreggiamento aggravato a Cosa nostra. La sentenza è del Tribunale presieduto da Bruno Fasciana.

Il nome di Ferrante era saltato fuori nella vicenda della richiesta estorsiva ai danni di Salvo Albicocco, titolare di una pasticceria in corso Calatafimi. Il commerciante, dopo avere ricevuto nel 2010 la visita degli uomini del racket, incontrò per strada Ferrante, che, secondo l'accusa, dimostrava di conoscere bene le dinamiche criminali della zona.

“Tu strada non te ne sei fatta? Penso di sì - diceva Ferrante al pasticciere - è uscito fuori binario. Non si sta salvando nemmeno Gesù Cristo in questa zona...”. Ferrante, in servizio alla Mobile, avrebbe messo in guardia Albicocco dalla figura di Giuseppe Zizo, che alcuni mesi dopo sarebbe stato arrestato: “Salvì… io dico ma… vedi con chi devi parlare, perché io… purtroppo sai quale sono le cose della vita Salvì? Con questa gente attualmente uno ha solo da perdere; hai capito? Io te lo dico, te lo dico - proseguiva - perché ti rispetto come un fratello… uno a solo da perdere con questa gente qua. Fatti la strada… vedi che minchia vuole…”. Il pasticciere non ha ceduto alle richieste estorsive e ha presentato denuncia.

I pm Amelia Luise, Francesco Del Bene e Gianluca De Leo contestarono così al poliziotto, mai impegnato in inchieste antimafia, di non avere denunciato che Zizo, o chi per lui, stesse chiedendo il pizzo ad Albicocco. Ferrante si era giustificato sostenendo che, qualora lo avesse fatto, avrebbe sconfinato il suo ruolo che non prevede compiti di polizia giudiziaria. Nel corso dell'interrogatorio disse di essersi limitato a dare un consiglio disinteressato ad un amico che conosceva da tempo e dal quale sarebbe stato frainteso.

Una tesi, ribadita dal legale della difesa, l'avvocato Luca Benedetto Inzerillo che farà ricorso contro la condanna di primo grado. Nel corso del processo su Ferrante si era abbattuta la tegola del sequestro dei beni da parte della Sezione misure di prevenzione che poi gli aveva restituito tutto, ritenendo che non ci fosse sproporzione fra il suo reddito e i beni, acquistati con dei mutui ancora in corso.

Altro passaggio che i pm contestavano a Ferrante riguardava i rapporti con Michele Armanno, arrestato con l'accusa di essere il reggente del mandamento di Pagliarelli. I due, assieme a Maurizio Lareddola, considerato il braccio destro di Armanno, condividerebbero affari nella compravendita di macchine usate. I tre erano stati intercettati. Ferrante si rivolgeva ad Armano chiamandolo “zio Michele”, lo salutava con il bacio, e gli avrebbe riconosciuto l'autorità di autorizzare l'apertura di nuove attività commerciali in zona.