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S n. 71

S n. 71
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PALERMO - Vecchi padrini tornano al comando. Forse non se n'erano mai andati. Il blitz che azzera il mandamento mafioso di Bagheria ci consegna una mafia arcaica che resiste a se stessa. Le persone fermate sono trentuno. Farebbero parte del clan bagherese che partecipava alla rifondazione della Cupola di Cosa nostra. Ai tempi di Totò Riina si chiama commissione provinciale. Oggi si chiama direttorio. Da Nicola Greco a Giuseppe Di Fiore, da Carlo Guttadauro a Francesco Pipia. Sarebbero gli esponenti di una vecchia mafia capace di vecchi orrori.

Non a caso l'immagine choc simbolo della retata è una testa di capretto con due cartucce di lupara in fronte. Era il messaggio intimidatorio nei confronti di un imprenditore riottoso al pagamento del pizzo. E i riottosi, finalmente, non si contano più sulle dita di una mano. I carabinieri hanno accertato 44 estorsioni. Venti, fra commercianti e imprenditori, si sono ribellati. In un territorio fino ad oggi governato dall'omertà è un segnale forte. Un segnale che parte dalla provincia e speriamo si sposti nel capoluogo. Perché anche a Palermo la regola del racket resta ferrea.

Nel nuovo numero di S, già disponibile on line, scandagliamo anche la mafia palermitana. I mandamenti di San Lorenzo e Porta Nuova si erano passati il testimone nella scelta del vertice del direttorio. Prima Giulio Caporrimo, poi D'Ambrogio, infine, forse, Tommaso Lo Presti. E adesso? Tutti e tre sono in cella. Chi comanda? Di personaggi, più o meno noti alle cronache giudiziarie, ne restano in circolazione parecchi come emergerebbe dalle carte di un'altra indagine, quella che ha portato in cella, due mesi fa, i boss di Porta Nuova. In entrambe le inchieste decisive sono state le dichiarazioni di Sergio Flamia. "S" le pubblica, assieme alle intercettazioni che sono all'origine del blitz di Bagheria, e ai retroscena degli omicidi. Perché in città come in provincia le faccende si regolano ancora con il piombo.

Gli ARRETRATI

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