Raccuglia "muto" davanti al giudice - Live Sicilia

Raccuglia “muto” davanti al giudice

Gli investigatori alle prese con i pizzini
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Il boss sta in silenzio. Tutto come previsto. Al carcere Pagliarelli, di fronte al gip di Palermo, Piergiorgio Morosini, Domenico Raccuglia si è avvalso della facoltà di non rispondere. Il primo giudice di fronte al quale si è seduto è quello titolare dell’ultimo procedimento in cui è stato chiesto il rinvio a giudizio di Raccuglia per associazione mafiosa. E mentre comincia la lunga trafila che il “veterinario” dovrà affrontare, di fronte a tanti processi, gli inquirenti sono già al lavoro per portare avanti le indagini. E naturalmente si parte della deriptaazione dei pizzini trovati nel suo zaino. Una trentina, scritti a mano. Alcuni con nomi e, accanto, cifre: certamente una sorta di contabilità del pizzo. Un block notes con la copertina rossa fitto di annotazioni. E, segnati in un foglietto, i giorni delle vacanze scolastiche per le festività natalizie: date, secondo gli inquirenti, dei prossimi incontri con la moglie e i due figli.

Documenti e appunti personali che Mimmo Raccuglia custodiva gelosamente. E che ora vengono spulciati dagli agenti della polizia Scientifica che li stanno repertando. Il materiale, definito “molto interessante” dagli investigatori era conservato in uno zaino che il capomafia ha cercato di “salvare”. Nella brevissima fuga accennata ieri sera, ha lanciato la borsa dalla finestra. Un tentativo vano visto che il “patrimonio” del boss è finito tra i piedi degli agenti che circondavano la casa di via Cabasino, a Calatafimini, ultimo covo del numero due di Cosa nostra.

E proprio seguendo i “pizzini” gli agenti della Catturandi e dello Sco sarebbero arrivati al “veterinario”. Tenendo sott’occhio otto “postini”, che si muovevano tra Camporeale e Altofonte, incaricati di portare la corrispondenza diretta e inviata da boss, la polizia ha individuato il covo di Calatafimi. Un modesto appartamento – unico “lusso un tapis roulant e un attrezzo per il potenziamento degli addominali – al quarto piano di una palazzina disabitata nella cintura del paese.

Oltre ai documenti, prova delle attività illecite di Raccuglia, nello zaino lanciato dal terrazzo, stipati, c’erano 138 mila euro in contanti, conservati in una busta trasparente, una mitraglietta, due pistole di grosso calibro, proiettili e diversi guanti da chirurgo. Una sorta di kit del killer, vera “vocazione” del “veterinario”, sicario di fiducia, insieme a Michele Traina e Benedetto Capizzi, dell’ex capomafia, ora pentito, Giovanni Brusca. Gli investigatori non escludono che il boss, che ha già cinque ergastoli definitivi per omicidio e una condanna a 20 anni per un delitto tentato, recentemente sia tornato a sparare. Forse prendendo parte personalmente alla faida scoppiata nel territorio di Partinico tra Raccuglia e la cosca di Borgetto, che tentava di opporsi allo strapotere del capomafia riuscito, dopo l’arresto di tutti i principali esponenti del clan Vitale, ad estendere il suo dominio fino al confine con la provincia di Trapani. Una faida con otto vittime, combattuta tra il 2005 e il 2009, che ha fatto della zona di Partinico l’ultima enclave in cui la mafia ha risolto i conflitti interni ricorrendo alle armi.

Dopo una lunghissima notte nei locali della Mobile di Palermo, Raccuglia, in tarda mattinata, è stato portato nel carcere dei Pagliarelli. Una destinazione provvisoria che potrebbe presto essere sostituita dal carcere duro in un istituto di pena di massima sicurezza, come ha annunciato il ministro della Giustizia Angelino Alfano, “pronto a disporre il 41 bis”.


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