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Le storie dello Zen

E Rino non volle più suonare


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Claudia Perna

Claudia Perna



La sera in cui Claudia Perna, ragazza dello Zen, spopolò al "Grande Fratello", nella sede dell'associazione dei "Ragazzi di strada", nel cuore del quartiere in apprensiva attesa della ribalta televisiva, un bambino biondo e bello sussurro: "Sugnu troppo emozionato. Posso tirare una sedia contro il muro?". Non gli fu consentito. Ma la citazione serve per capire che lo Zen è come quel bambino: laggiù c'è gente con i sentimenti e il cuore al posto giusto. Il problema è che spesso si esprime nel modo sbagliato.
Sugnu ru Zen, grido tribale di battaglia, opzione di apartheid sociale e alla fine orgoglioso sprezzo del mondo circostante: non siete voi che non mi volete, sono io che me ne vado. Sugnu Ru Zen, S.R.Z., uno slogan. Lo slogan di Rino (nome di fantasia) che si lascia raccontare e ripetere sempre con la sua storia, perché anch'essa è una metafora calzante. Rino dei dintorni di via Marciano, Rino che suonava il piano, tanto da andare al conservatorio e immaginare una carriera da solista. Rino che, adesso, vive di  spaccio. Esce ed entra dalla galera. E il pianoforte è un ricordo.
Zen, malato e orgoglioso, capace di idolatrare Claudia Perna e capacissimo di sfregiare le macchine delle sue sorelle, per una battuta mal compresa sulla droga. Lo Zen di Francesco, difficile attore palermitano, con qualche problema di droga alle spalle. Ruvidità, rabbia. Eppure, quando chi scrive parla con Francesco, ha sempre l'impressione di una dolcezza incatenata da qualche parte, di una bontà sorvegliata da un drago, in attesa del riscatto. E lo Zen dell'Americano, che spiega le sue disavventure tra le macerie delle torri gemelle. Lo Zen "dei parrini che fecero la fuitina". Lo Zen di Fortunato Gebbia che ha perso suo figlio Salvuccio in un incidente e ha tapezzato le strade con la sua foto e un manifesto. Lo Zen delle croci, degli incidenti. Lo Zen di un ragazzo in coma, e c'è un cantante di swing napoletano che va a fargli visita, per tentare il risveglio con la sua voce. Lo Zen degli abusivi e dei diritti negati.
Nel corso degli anni, il cuore, il taccuino e le scarpe di chi scrive si sono riempite di polvere e facce dello Zen. Sarebbe troppo semplice liquidare la complessità di un luogo che è anche, suo malgrado, simbolo,  con le parole di una canzone di Andrè sui diamanti, il letame e i fiori. Ma non sarà mai  tardi per raccogliere quei fiori. Per avvicinarli al viso e sentirne l'odore.