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Palermo, il processo sull'amianto nei cantieri

Fincantieri, condannati i vertici


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Non si vedono sorrisi nei volti dei familiari e degli ex-lavoratori della Fincantieri, nonostante le condanne per omicidio colposo e lesioni colpose gravissime, inflitte a Luciano Lemetti, Giuseppe Cortesi e Antonino Cipponieri ex direttori dello stabilimento Fincantieri Palermo. La prima sezione penale del tribunale di Palermo, presieduta da Gianfranco Criscione,  ha inflitto loro, rispettivamente, pene per 7 anni e sei mesi, 6 e 3 anni di reclusione; tre sono gli anni condonati a ciascuno per attenuanti generiche. La sentenza ha stabilito risarcimenti immediati da versare per centinaia di migliaia di euro alle parti danneggiate, tra cui la Camera del Lavoro, Fiom e Legambiente. E’ passato invece troppo tempo per Salvatore Grignano, della ditta Blascoat e Giuseppe Scrima, della cooperativa rinascita Picchettini. Per i due, che dovevano rispondere di lesioni gravissime, il reato è stato prescritto.

In sede penale la condanna per i tre ex dirigenti Fincantieri, mai stati presenti alle udienze, è arrivata solo per omicidio colposo, per la responsabilità verso chi è morto a causa delle polveri, tra cui l’amianto, che nei cantieri navali si respirava quotidianamente. “I motivi della prescrizione sono prettamente tecnici: sono passati più di sette anni e mezzo dalla manifestazione della patologia, e il reato si è prescritto” spiega uno dei legali agli ex operai, che restano perplessi. “Le loro responsabilità in sede civile restano. E’ sempre una condanna”. Questo si è sentito dire chi ogni giorno lavorava immerso nelle nuvole nere, e che ha risposto: “Mi hanno detto che dovrò aspettare altri cinque anni per il risarcimento, e chi lo sa se sarò ancora vivo?”

Alla lettura della sentenza , questo pomeriggio, erano presenti anche i familiari che hanno visto padri, mariti e fratelli ammalarsi. “Circondato com’era dal polverino delle caldaie, mio padre mi diceva che la mascherina dopo mezz’ora era da buttare, e loro la tenevano per giorni e giorni”. Sono le parole Maria Arcoleo che ogni giorno vedeva suo padre Michele rientrare a casa con una “tuta leggia leggia”, di cui non si riusciva a distinguere il colore. Suo padre era uno dei 37 operai che si contano in questo processo, e che sono morti dagli anni ’80 al ’94. “ Siamo contenti, non per il risarcimento del danno: dei soldi non ci importa nulla. Ma con la condanna al carcere degli ex-dirigenti Fincantieri mio padre ora ha avuto giustizia”. Poi si sfoga: “Sentire che mio padre è morto per questo..”. E dalle sue lacrime si fa fatica a leggere soddisfazione.