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Via Dell'Olimpo, la zona degli incidenti

La lunga strada delle croci


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incidente, via dell'olimpo, Cronaca
Alle croci di via Dell'Olimpo e dintorni ci siamo ormai abituati. E' come la munnizza, la stessa rassegnazione. Ormai sono lì. Possono solo crescere. Via Dell'Olimpo è il vero camposanto di Palermo, grazie agli incidenti. Rotoli e il resto sono troppo lontani. Vuoi mettere questo cimitero lindo e domestico che ti rammenta la fragilità della vita, mentre sei felice perché sei a Mondello, perché stai andando a mare? Le lapidi non mancano nemmeno in Favorita, l'altro cammino marinaro. Però lì non puoi fermarti, è pericoloso scendere e contemplare se non si vuole contribuire alla "camposantizzazione dei luoghi".  In via Dell'Olimpo è diverso. Puoi accostare e riflettere sulla caducità della vita, perfino con un vergognoso sospiro di sollievo, finché sei dall'altra parte del mare.

E chi se li ricorda più tutti i ragazzi metaforicamente sepolti in questo cimitero asfaltato, per una sbandata, per una frenata, per qualcosa? Qualcuno è rimasto col suo nome, gli altri sono volati via. C'era la ragazza che morì all'angolo, dove c'è il palazzetto. I suoi amici vegliarono a lungo la porzione di strada finale. Ogni sera si recavano lì con lumini, canti e preghiere. Fatalmente, sono andati via. Uno ha lasciato una sigaretta, come certi popoli abbandonavano generi di prima necesità, utili al viaggio del caro estinto. Un po' poco per l'eternità. Ci sono i ragazzi morti esattamente sul lato opposto della strada. C'è Salvuccio Gebbia, mitico e giovane difensore, stroncato in via Mattei dalla corsa di una macchina. Dopo la sentenza di condanna dell'automobilista, suo padre ha riempito Mondello di cartelloni dolenti e rabbiosi con la foto di un ex bambino sorridente: hanno preso la vita di mio figlio, non è giusto. Fortunato Gebbia ha visto suo figlio nascere, crescere e morire. Era un uomo felice. E' cambiato. Non sarà felice mai più. Condannato con sua moglie all'ergastolo della tristezza. E Fortunato è un uomo buono. Un innocente.

Enrico Alessi, età da cucciolo,  morì più su, ucciso dalla montagna. Quel giorno una vigilessa affranta sbarrò la strada al cronista: "Non vada oltre, non vede che siamo tutti distrutti per questo povero ragazzino". Ora, una risposta tardiva: ma perchè, signora, crede che a noi cronisti faccia piacere annotare dolori tanto grandi sul nostro taccuino troppo piccolo? A casa di Enrico, i suoi genitori parlavano di lui ancora al presente: Enrico è un bravo ragazzo, Enrico fa questo e quello. Almeno nelle parole non volevano che andasse via.

Ci sono fiori odorosi di mare nella terra dei ragazzi morti. Profumano un po' della vita che era e che è appassita. Se passate di là, non dimenticate una preghiera per raccomandarli a Dio. Se non credete in Dio e nelle sue promesse, basta anche un lieve pensiero d'amore.