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La morte di Francesco Cossiga

Il presidente precoce
e il giudice "ragazzino"


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La morte di Francesco Cossiga priva indubbiamente il Paese di uno dei pilastri della storia politica italiana degli ultimi sessant'anni. Un personaggio che ha saputo gestire la propria ascesa, e la propria ciclotimia, in maniera magistrale, riuscendo non solo ad attraversare l'intero panorama governativo nazionale, ma arrivando anche a sedere sulla poltrona più alta delle istituzioni ad "appena" 51 anni.

Una carriera da record, insomma, iniziata a 17 anni con l'iscrizione alla Dc. Già, perchè Cossiga decise quale dovesse essere il suo destino già da ragazzino. Ma non fu l'unico. In Sicilia, infatti, un altro giovane uomo aveva capito sin da bambino quale dovesse essere il suo compito su questa terra. Quell'uomo si chiamava Rosario. E da grande avrebbe fatto il giudice. Rosario Livatino non divenne mai adulto e vecchio fino in fondo. Ma il giudice riuscì a farlo. E bene.

Anche il giovane giudice di Canicattì fu "picconato" da Francesco Cossiga che un giorno accese la polemica dichiarando come "non potesse essere possibile che un ragazzino, solo perché ha fatto il concorso di diritto romano sia in grado di condurre indagini complesse contro la mafia e il traffico di droga". Quelle frasi pronunciate dal "presidente ragazzino" anticiparono di qualche mese le "picconate", stavolta di piombo, che abbatterono il "giudice ragazzino" il 21 settembre 1990. Un giorno caldo d'estate, come questo. Possiamo solo sperare che la morte di Cossiga (capace di scrivere una lettera affettuosa al padre di Rosario dopo qualche tempo)  possa seppellire e spazzare via anche la polvere di quell'errore.