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Il suicidio in facoltà, una lettera del padre

Caro Norman, ti scrivo


di CLAUDIO ZARCONE Stavo scrivendo in questi giorni il mio ultimo libro di riflessioni sulla vita. Scrivevo che dio si manifestava in me attraverso i miei due figli, autentica luce dei miei occhi. Dicevo anche che per me dio suonava il basso elettrico, lo stesso strumento che suonavo io da giovane.


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di CLAUDIO ZARCONE Stavo scrivendo in questi giorni il mio ultimo libro di riflessioni sulla vita. Scrivevo che dio si manifestava in me attraverso i miei due figli, autentica luce dei miei occhi.
Dicevo anche che per me dio suonava il basso elettrico, lo stesso strumento che suonavo io da giovane.
Con la morte di Norman ho capito che dio ha le corde del basso scordate, farebbe bene ad accordarle per evitare altro dolore ad altri padri di famiglia.
Norman viveva per la filosofia e per la musica, non era un depresso o un fragile come magari qualcuno vorrebbe farlo passare (che idiozia): egli aveva, semmai, una dimensione civile ed eroica della vita.
Norman ha avuto due “attributi” grossi così. Ci vogliono “attributi”, infatti, per vivere e morire come ha fatto mio figlio, io non ci riuscirei. Ci vogliono coglioni per immolarsi per una causa, che esula dalle aspirazioni individuali e che invece riverbera una condizione collettiva. Tu non volevi guadagnare stipendi esorbitanti o diventare a tua volta un barone universitario – me lo dicevi sempre – tu volevi dedicarti agli altri nel nome della filosofia e della verità, per 1200euro al mese.

Lo studio, la lode, la filosofia come faro per orientarsi nella vita, la musica per esprimere i segnali che provenivano dal tuo profondo, a differenza di altri che – la scoperta è di questi giorni ad Economia a Palermo – si facevano caricare degli esami mai sostenuti, da alcuni amici che lavoravano nelle segreterie dell’università. Tutto l’opposto. Norman studiava otto ore al giorno, anche nove, dieci, non era un bamboccione e per guadagnarsi qualche spicciolo faceva anche il bagnino, a venti euro al giorno, per dodici ore al giorno. Ultimamente si portava dietro, approfittando della mezz’ora di pausa, “La costruzione logica del mondo” di Rudolf Carnap (la sua tesi di dottorato era infatti sul rapporto fra linguaggio ed epistemologia). Trovava sempre il tempo di studiare perché lo studio per lui non era un obbligo, una fatica, una rottura, ma era la sua dimensione esistenziale, insieme alla musica (e negli ultimi anni anche il giornalismo d’inchiesta). Faceva il bagnino per apprendere “l’etica del lavoro”. Questo mi diceva.

Gli amici lo chiamavano “Zuzzurellone”, a dimostrazione che Norman fosse un giovane  scherzoso, innamorato della vita, non un depresso o giù di lì. Pieno di vita, capace, lo ha definito il presidente dell’Ordine dei Giornalisti, Vittorio Corradino, quando mi ha consegnato la tessera del collega Norman.
La sua morte – e lui lo aveva confidato agli amici – voleva essere un gesto eclatante, un messaggio indirizzato alle baronie universitarie che avvelenano in cervelli più puri e veri, come quello di Norman, il quale in questi giorni aveva composto la colonna sonora di un documentario filmato da un giovane regista.

L’enigma del mago. Un paio di giorni prima di morire Norman aveva mandato questo sms ai suoi amici, tutti, contenente un enigma: "Un mago, il quale che non sbaglia mai le sue previsioni, prevede durante un sogno la sua morte, che sarà per impiccagione. Il giorno seguente il re decide di eliminare dal regno ogni forma di pena di morte, però tranne quella per impiccagione. A tal punto, il mago, preoccupato, escogita un piano per cercare di salvarsi. Va dal re e preannuncia che, se non eliminerà ogni pena di morte, compresa quella per impiccagione, lui, cioè il re stesso, morirà impiccato: questa la sua visione. Il re intimorito elimina tutte le pene di morte. Il mago sarà finalmente salvo oppure sarà vittima del corso di eventi che ha appena costruito e determinato?".

Norman ha poi spiegato ai suoi amici sbigottiti questo: "Ognuno è artefice del proprio destino». Questa la sua grande, ultima lezione di filosofia. Norman era la razionalità filosofica e la genialità dionisiaca della musica.
Il mio povero e geniale figlio, che con lui si è portato dietro il mio spirito, la mia religiosità dai mille volti, la mia vita in breve, è stato paragonato a Jan Palach, il giovane cecoslovacco che si diede fuoco a piazza S. Venceslao, a Praga, per protestare contro l’invasione dei carri armati sovietici nel 1968.
Norman come Jan, dunque. Un eroe che ha sacrificato se  stesso per denunciare un sistema baronale che avvelena le coscienze e mortifica le aspirazioni dei più studiosi. “Sangue mio” sei morto da eroe, per non prostituire la tua coscienza e per evitare che altri lo facciano.

Sei morto per riaffermare forte il tuo diritto alla libertà e all’indipendenza intellettuale, cose, queste, che ti avevano negato le solite, ormai troppo note, baronie universitarie che ti avevano isolato come un corpo estraneo, quantunque possa magari opinare il barone di turno o il suo servo prediletto (ve ne sono tanti, forse troppi).
Tu sei morto ed io sono morto con te “Zuzzurellone mio”, e forse la colpa è mia che ti avevo educato alla filosofia e ai valori di legalità nei nomi di Falcone e Borsellino. Io che ti avevo insegnato il giornalismo d’inchiesta e che tu volevi praticare, tra le altre cose, in un quartiere difficile come Brancaccio.
Ricordi, Norman? In questi giorni avevamo scritto insieme una canzone dedicata a Falcone e Borsellino, avremmo dovuto inciderla a giorni, ma hai preferito anticipare tutto: la tua vita, la mia vita, quelle di tua madre e tuo fratello che vedo spegnersi ogni minuto che passa.

Ti hanno tolto il futuro, figlio mio, luce dei miei occhi. Occhi, i miei, che ormai non vedono più. Solo buio.
La domenica, il mercoledì di Champions, come vedremo con tuo fratello le partite dell‘Inter?
Tu hai scritto che “la libertà di pensare è anche la libertà di morire, che equivale poi a vivere”.
Amavi troppo questo mondo, con tutte le sue imperfezioni, ma hai voluto dare un segno fortissimo – troppo forte vita mia benedetta – per dire il tuo “no” alle prevaricazioni e all’assenza di merito.
Non lo dovevi fare, eri troppo bravo e ti dicevo sempre che alla fine i bravi emergono.
Ma non mi hai creduto, come avviene spesso che i figli non credano ai genitori.
Ti vogliono intitolare un’aula della tua università: rimarrai famoso a vita, e gli studenti che entreranno in quell’aula a tuo nome si ricorderanno di chi è stato Norman Zarcone. Si ricorderanno dei tuoi coglioni grossi così.
Purtroppo in Italia, i riconoscimenti devono essere sempre postumi, come postumo sei diventato tu.
Ed io, ora che faccio?