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Il Papa a Palermo il 3 ottobre

E venne un uomo
chiamato Benedetto



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Di Giovanni Paolo II amavamo l'esibizione carezzevole della forza dello spirito, l'entusiasmo dell'apostolato, mediato da una cura scrupolosa dello spettacolo. Di Ratzinger amiamo l'ombra del peso che lascia intravvedere senza dichiararla, per pudore,  la crepa della veste candida che mostra un lembo di dolore, l'umanissimo e immane dolore della responsabilità.

Giovanni Paolo era un incrocio riuscito: un pontefice moderno miscelato con un prete d'altre epoche. Una popstar religiosa. Felice e coraggioso nelle sue esposizioni pubbliche, sapeva ripararsi col mantello di un'immagine che era perfino sincera sostanza, per far dimenticare la sua dura impostazione, la rude calce del suo antico e conservatore impasto dottrinale. Ratzinger è più complesso, non si protegge. Ci porta onestamente nel suo cuore con la parola e usa la parola per tessere un discorso paziente con il mondo, senza rinunciare a una sola delle sue proposizioni. Certo, sono parole difficili, quelle del Papa, ma sono profonde. E' la superficialità che gode a fraintenderle, scambiando un invito dolce e sommesso alla considerazione delle cose dello spirito, per esempio, con una banale polemica sul posto fisso. I nani della materia sporcano gli orizzonti.  Capiranno mai l'abisso ricco e pescoso di Benedetto XVI? Non che in questo abisso non ci siano scelte e visioni discutibili.Tuttavia per discuterle bisognerebbe appunto comprenderle, sforzarsi di eguagliarne il livello, non ridurle all'infimo, col criterio degradabile che conduce ogni luce verso il basso  e la rende fioco lumicino.

Amiamo il dolore di Benedetto. Amiamo la fatica della missione che si coglie nei suoi lineamenti da vecchio. Amiamo il suo percorso coronato di spine. Amiamo il valore di un Papa che sa bene quanti attriti possano produrre i suoi ammaestramenti confrontati con i dogmi sociali in auge. Non si tratta di stabilire chi abbia torto o ragione, ma di apprezzare comunque la scommessa di chi non rinuncia allo scontro fertile tra l'integrità della fede e le certezze opposte nel relativismo - sembra un controsenso - di ciò che la circonda.  Un'avvertenza: è una tenzone dialettica che va insediata sulla discrezione e sul rispetto, altrimenti sfocia nella reciproca guerra santa. Ci pare che, in molti frangenti, la guerra santissima l'abbiano condotta alcuni ayatollah laici, desiderosi di un secondo di gloria per un conflitto risibile e muscolare col Papa. D'altra parte la Chiesa ha le sue colpe dal pulpito. Non si contamina. Non abbraccia ciò che è diverso e lo giudica. Ha la fissazione delle gerarchie,  del gregge e dei pastori. Non è una comunitù egualmente in cammino. Non dialoga. Enuncia.

Cosa può insegnare questo vicario di Cristo, nel suo breve soggiorno siciliano? Cosa lascerà a Palermo? Diremo noi quello che vorremmo. Vorremmo  la mansuetudine per una capitale feroce, vorremmo un chicco di dolcezza, un aggettivo buono, una traccia di calore. Vorremmo la fiducia  nella speranza suprema dei corpi e delle città: dove c'è la morte, lì c'è la resurrezione.