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Speciale Ratzinger a Palermo

Benvenuto e Benedetto


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, Cronaca, Palermo
C’è un’operazione necessaria che ogni giornalista compie prima di rincasare. Bisogna scuotersi di dosso la polvere della vita degli altri e riabbracciare la propria. Finisce la grande menzogna del cronista che si è occupato del mondo per stare lontano da se stesso. Non si sfugge più al confronto. E in questo passaggio c’è una sorta di momento magico: quando ti incontri con le esistenze che hai narrato. Ci sei tu, con la tua gioia, col tuo dolore, sullo stesso vagone, con frammenti di facce e di aliti che in fondo non ti appartengono. E’ una coincidenza luminosa, ma è una luce che fa male agli occhi.
Io sono un cronista e un uomo di Palermo, come tanti. E come tanti, la sera, lascio cadere la polvere di ciò che ho visto e ascoltato. Da troppo tempo è una polvere di disperazione.

Noi raccontiamo una città senza speranza: di corpi affamati e martoriati, di bambini senza giustizia, di donne senza felicità, di poveri senza casa, di lupi senza decenza. E non è facile metterla fuori la porta. Alcuni granelli di polvere te li porti per tutta la notte, addosso. Non ti fanno dormire. Ti sfiancano.
Noi siamo i cantori di uno straziante tramonto. Non  è la munnizza, non è il traffico, non è soltanto il lavoro ridotto a mercimonio, non è la disgrazia delle puttane, non è il puttanesimo della politica. Non soltanto.  E’ il collasso lento e generale, è il voltarsi per cercare scampoli di una buona novella e trovare ovunque macerie in divenire o già cotte e vomitate dal sole.
Il Papa sarà qui, a Palermo infelicissima.

Chi è il Papa? E’ il capo della chiesa cattolica, ma rappresenta anche un simbolo di riscatto, in senso lato. Giovanni Paolo II ci ha abbracciati tutti col suo immenso mantello. Ci ha detto di non avere paura. E non ha posto limiti o condizioni. Il suo monito al coraggio era il richiamo dolce di ogni uomo di fede. Quale fede? Forse non importa.  Forse è lo stesso, nell’infinito libro dei conti,  credere in Cristo risorto o nella città rinata. Si può sperare di rivedere gli occhi che abbiamo chiuso. Si può confidare nell’amore. Non importa il nome della speranza, importa di più che ci sia una speranza. Il mantello candido del Papa, certe volte suo malgrado, è un segno universale di speranza che non chiede la patente. Si dona.

Benvenuto, dunque, Benedetto XVI, chiunque tu sia. Benvenuto a te e al tuo mantello, alla tua Chiesa nelle sue miserie e nelle sue grandezze. Benvenuti soprattutto al nostro sguardo e al nostro cuore: saranno loro a decidere il senso del tuo viaggio e la direzione del nostro che ricomincerà un attimo dopo il tuo. Noi siamo qui per raccontare, come sempre,  con una promessa che non ci sembra piccola. Stasera, quando ci scuoteremo la giornata dai vestiti, vedremo nella polvere un riflesso diverso.